UN SOGNO FATTO ALLA PRESENZA DELLA RAGIONE
di Laura Corti
Compulsando innumerevoli testi per
compilare anomale enciclopedie, Paolo della
Bella si è arrestato un poco a riflettere
su una definizione, formulata nel 1706 da Tommaso Ceva (1648-1736), secondo
la quale la poesia è frutto della: «consapevolezza del carattere
fantastico dell’arte da un lato ed esigenza di una sua disciplina
razionale dall’altro». Il processo di identificazione che è scaturito
da questa lettura ha portato Paolo ad una riformulazione del concetto:
un sogno fatto alla presenza della ragione. Con questo titolo assunto
come filo conduttore del suo percorso espressivo, rivisitato in tutte
le sue tappe, si è tenuta la densa mostra personale di Strasburgo,
una sintesi delle sue esperienze sia di segno verbale che grafico.
Vignettista, grafico, pittore, poeta, fotografo,
ha fantasticato, discusso, ironizzato, disegnato, scritto, commentato,
scattato foto, sognato e soprattutto confessa d’aver vissuto,
trovando anche il tempo di pubblicare alcuni libri artigianali, stampati
di volta in volta con tecniche ormai desuete, ma proprio per questo
affascinanti, quali la serigrafia, la «vecchia» tipografia
e la cromolitografia, prodotti però in
tiratura limitata, in aperta contraddizione con la loro "riproducibilità tecnica",
libri che oggi sono divenuti per l’appunto oggetti da collezione.
Il titolo di questo saggio, malgrado la dichiarata
ed esplicita attestazione della fonte dalla quale è tratto, si attaglia perfettamente ad
esprimere la dicotomia di una intera generazione, quella appunto di Paolo,
che ha così interiorizzato l’illusione della «fantasia
al potere» da continuare a vivere la realtà quotidiana
nel mutevole e cangiante spazio del sogno.
Ascendenti
Il fiesolano Paolo della Bella, fedele ai suoi lari
e ai suoi penati, vive ed opera nelle stesse dolci colline dove per
generazioni e generazioni i suoi avi hanno visto la luce, da un Domenico
(vissuto alla fine del XV secolo) che ha generato lo scalpellino Giovanni,
gonfaloniere nel 1538, il quale ha generato Domenico e Girolamo. Domenico
ha generato Giovanni, scalpellino e capitano dei bombardieri, e Lessandro,
scalpellino e gonfaloniere nel 1646, e anche Domenico e Tommaso. Lessandro
ha generato Andrea (1594-1674, scalpellino e gonfaloniere nel 1641,
che ha generato Gio Batta (1642-1690, scalpellino e gonfaloniere nel
1664, che ha generato Anton Francesco scalpellino e gonfaloniere nel
1689, che ha generato Anton Francesco, Sebastiano e Giuseppe. Quest’ultimo ha generato
Antonio, Florindo e Fortunato Maria, anch’egli scalpellino e gonfaloniere
nel 1759. Fortunato Maria ha generato Giuseppe scalpellino, che ha generato
Luigi Faustino, scalpellino e capo della Filarmonica di Fiesole nel 1833,
ecc. ecc. L’albero genealogico di questi artigiani-artisti, molti
dei quali impegnati nella vita civica del borgo, è stato ricostruito
minuziosamente nel quadro di una ricerca a carattere storico-sociale
da Francesco Mineccia, che di parte di questo paziente lavoro ne ha fatto
dono di compleanno a Paolo. Né però si può dimenticare
che lo stesso nome era portato da quel celeberrimo acquafortista Stefano
della Bella (1610-1664), di un ramo che si preferisce definire collaterale
della stessa famiglia, incisore brillante e fantasioso nei modi alla
Jacques Callot (1592-1635), che ha operato tra Firenze, Roma e Parigi,
restituendo il sapore e la vita del suo tempo con una ironia e un segno
caricato e gioioso, la cui fragranza è grato rintracciare anche
nel suo remoto bis-bis-bis nipote, che dell’avo ha conservato la
versatilità non solo nell’aspetto grafico, ma anche nel
gusto per la ricerca tecnica, che in Stefano andava nella direzione delle
variazioni tonali ottenute con innovazioni quali le morsure di acido
a diversa intensità, i ritocchi a puntasecca, ecc.
Perché quindi dimenticare questa seconda genealogia nei cui rami è fiorito
appunto Stefano, ovvero suo padre Francesco e suo zio Gaspare, figli
a loro volta di un Girolamo, e discepoli entrambi del Giambologna, e
i suoi fratelli, Girolamo pittore, Lodovico orefice e Giovan Pietro,
discepolo di Pietro Tacca. E ancora vi è stato un Orlando di Giovanni
della Bella, apprendista di Romolo, un membro di un’altra famosa
genealogia fiesolana, quella dei Ferrucci, «dal quale aveva in
grado lodevolissimo appresa la bella facoltà d’intagliare
in pietra ogni sorta di quadrupedi, de’ quali furon ornate molte
ville de’ nostri concittadini» (Baldinucci). Una genealogia
però, quella di Paolo, di gente che ha tenuto del sasso e del
macigno, come Dante ha definito i fiesolani «Ma quello ingrato
popolo maligno / che discese di Fiesole ab antico, / e tiene ancor del
monte e del macigno» (Inferno XV.61), che dalla pietra, sia la
serena che la forte, cavata dalle ricche cave collinari, ha tratto nei
secoli alimento e ancor più insegnamento di mestiere e di arte.
Gli anni sessanta
Negli anni di formazione di Paolo della Bella Fiesole
era però un
borgo che aveva perso il raccordo con la sua tradizione e le sue risorse.
Le cave erano state chiuse l’una dietro l’altra, né avevano
più ragione civica i fieri gonfalonieri - tutti scalpellini -
come gli avi del nostro. La collina non più generosa della linfa
delle sue vene era tornata, per inverso intervento umano, ad essere rimboschita
e a celare le ferite di secoli sotto un manto di vegetazione. Oggi infatti
non sono quasi più rintracciabili, anche allo sguardo più attento,
neppure le carrarecce e i sentieri quotidianamente percorsi dalle maestranze
di un tempo. Anche l’altra peculiarità del colle lunato,
invalsa definizione della etrusca Faesulae araldicamente registrata
nello stemma cittadino, ovvero la produzione - tutta femminile - di
paglia lavorata a crochet, si stava estinguendo.
Il giovane Paolo ha così la sua formazione a Firenze, città peraltro
anch’essa in una fase sommessa della sua storia, seppure sempre
ammantata nel ricordo d’esser stata a lungo una capitale dell’arte,
per quanto depredata della sua identità quando è stata
capitale effettiva dello stato unitario. La quieta e sonnolenta Firenze
degli anni Sessanta, è assolutamente ignara che la scena dell’arte
sta cambiando prima ancora che la realtà politica e sociale
sia percorsa dai tumultuosi eventi del Sessantotto.
L’affermazione dell’arte pop americana tra il 1963 e 1964,
e la vetrina nella quale viene presentata, neppur troppo lontana nello
spazio, cioè la Biennale veneziana del 1964, non riesce a incresparne
le acque neppure al fiore. Piuttosto il ‘68 coglie tutti di sorpresa
e improvvisamente il tempo viene combusto nel vortice delle esperienze: «Ogni
mese è un anno. Ogni giorno un mese. I secondi giorni» (Mauri).
Nell’empito delle emozioni del momento anche a Firenze gli artisti
e gli intellettuali scendono in piazza, cercano e teorizzano l’incontro
con le masse, assumono la lezione sociale marxista e armati di questa
coscienza politica spostano i fulcri di incontro nelle Case del Popolo
che si aprono al pubblico come vere e proprie gallerie: a Colonnata di
Sesto Fiorentino La Soffitta, a Firenze il Circolo Vie Nuove, l’Andrea
del Sarto, lo SMS di San Quirico. Ma sono soprattutto i giovani, e antesignani
quelli della Facoltà di architettura di Firenze, che già dal
1963 in occasione di una breve e pacifica occupazione ebbero l’agnizione
di appartenere ad un gruppo per affinità culturali, intendimenti
innovativi e orientamento politico. Il riconoscersi, rapidamente esteso
ad una cospicua parte di quella generazione, ha fatto decollare quel
principio e quella modalità di lavoro comune che sono stati il
filo rosso del comportamento per più di un decennio. L’ideologia
politica è stata il potente collante e propellente per la prassi
di quegli anni, quando ogni manifestazione, ogni ricerca, ogni espressione è venuta
dal gruppo ed è avvenuta nel gruppo. Lo testimoniano una serie
di iniziative underground, anche in campo editoriale, dove sono stati
preferiti gli slanci dell’improvvisazione e della spontaneità,
espressi su carta povera e ruvida da ciclostile, piuttosto che su carta
patinata, nel trionfo generale del volantino, del comunicato, del messaggio
scritto, facendo garrire gli stendardi degli affetti, dei sentimenti
e delle emozioni.
Non stupisce quindi che, coerentemente con i tempi, in gruppo
insieme a Graziano Braschi e Berlinghiero Buonarroti, Paolo della Bella
abbia fondato a Compiobbi, un curioso serpentone di case il cui ecosistema è costruito
sulla ferrovia, sulla strada statale e sull’Arno, alle pendici
delle colline fiesolane, quello che minimalisticamente hanno voluto denominare
Gruppo Stanza (1967), cioè un nucleo che più con ironia
che con understatement hanno preferito definire di retro-avanguardia
nel campo dell’umorismo grafico. Essi infatti sono riusciti a connotarsi
fin da subito, nel palpitare delle svariate nuove promesse - molte delle
quali mantenute e assai ben note - il che non era facile in una terra
di feroci individualisti intrisa di quel graffiante, sanguigno e talvolta
feroce humour da personaggio del Decamerone, dove sempre attuale si è dimostrato
il detto popolare «Cristo li fece e buttò via il modello».
Il loro tratto peculiare, la loro scelta per comunicare l’elaborazione
del pensiero e dell’emozione, si è estrinsecata nel recupero
delle tecniche artigianali di manifattura e di stampa, una rivisitazione
morrissiana di Arts and Crafts, permeata e dettata da un’attenzione
alle tecniche grafiche di riproducibilità dell’opera d’arte,
che si preciserà nel prosieguo del tempo come: «Tornare
indietro per andare avanti, ovvero la tipografia nell’era del computer».
Condizionati infatti per loro stessa esplicita ammissione da Walter
Benjamin e dal suo fortunatissimo saggio L’opera d’arte nell’epoca
della sua riproducibilità tecnica, del 1936, ma tradotto
in italiano solo alla metà degli anni ‘60 e scelto a dare
il titolo di una raccolta di saggi sottotitolata dall’Einaudi “Arte
e società di massa”, i tre ne hanno acquisito il senso «per
una sua diversa divulgazione». La serigrafia è la loro scelta
di recupero di una tradizione artigianale, di quel procedimento di stampa
a colori che si avvale di un telaio di legno a cui è fissato
un tessuto serico.
Attraverso la seta i colori vengono fatti filtrare
sul foglio sottostante mediante pressione con una sorta di mattarello
di gomma. Le zone del tessuto di seta dallequali un dato colore non
deve filtrare vengono rese impermeabili mediante colla. Questa laboriosa
tecnica è stata
brillantemente adottata per la stampa di due volumi. Il primo intitolato Settantuno (1968), è un
libro-oggetto dalla tiratura di novanta copie, tutte numerate a sottolineare
l’unicità nella serialità, con 108 serigrafie, di
cui ben sei firmate dagli autori, nella più esplicita dichiarazione
della dicotomia dell’espressione di gruppo e del contributo personale.
Il secondo Settantaquattro (1970), è una densa raccolta
di humour nero, con prefazione di Giambattista Vicari.
Nel presentare una mostra del Gruppo Stanza nel
1969 Umberto Eco ne rilevava con chiarezza la implicita contraddizione,
cioè: «quella
che si pone tra disegni immediatamente consumabili e la scelta della
serigrafia, del lavoro artigianale sulle finezze materiche, del gusto
per gli spessori del colore e la grana della carta. Certo nessuno ...
nega che un’opera grafica debba essere anzitutto uno stimolo piacevole,
una festa per gli occhi di cui il fruitore vuole circondarsi perché anche
la gioia è un elemento di liberazione. Ma quando l’opera
gradevole, da guardare per la festa degli occhi, oltre che per l’eccitazione
dell’intelligenza, diventa serigrafia preziosa chiusa in un libro,
sfogliabile solo per esplicita decisione di chi lo trova sul tavolo del
salotto, allora la serigrafia è di nuovo un oggetto prezioso da
collezione».
La seconda contraddizione rilevata da Eco, non limitata
al Gruppo Stanza, ma connessa all’intero universo espressivo dei portabandiera dei
multipli: « Perché un multiplo, per combattere la sua battaglia
contro l’opera feticcio, deve essere anonimo e ‘consumabile’,
nel senso fisico della parola; come un manifesto, deve essere appeso
finché piace e poi buttato, sostituito con un’altra immagine.
Deve finire di costituire un valore economico per ridursi (o elevarsi)
a puro valore estetico o comunque intellettuale».
Ma questa che Eco ha visto concettualmente come una
contraddizione nel tempo si è venuta connotando come una, non saprei dire quanto
conscia, riproposizione di una antica e attestata prassi della grafica,
d’essere cioè ilmedium per perpetuare l’effimero,
l’occasionale. Penso alla copiosissima produzione di incisioni
di feste ed apparati tra Seicento e Settecento, che conservano la memoria
di eventi d’occasione godibili dal ‘grande pubblico’ del
tempo, come lo definirebbero i francesi, ma ricordati a lungo, nella
loro grafica trasposizione, da una cerchia ristretta, che se ne riappropriava
una seconda e duratura volta.Il personale percorso artistico di della
Bella corre però parallelo al movimento della Poesia visiva con
la quale ha in comune la contaminazione linguistica di tecniche molteplici,
emulando e caricando gli effetti e i metodi della comunicazione di massa,
nell’intento di ripristinare la sfaccettata ambiguità, il
valore polisemico di ogni parola o segno, lo spessore simbolico ed allusivo
del linguaggio, rintracciando una linea di poetico spessore e una sommessa
liricità: una pittura da leggere, una poesia da guardare, quella
che aveva avvinto tra molti altri Lucia Marcucci, Eugenio Miccini, Ketty
La Rocca, Roberto Malcuori, ma anche Maurizio Nannucci, Adolfo Natalini,
ecc. Forse più che le multiformi attività del Gruppo
70 o le mostre del Centro Tèchne sono però le
letture a sbrigliare l’espressività di della Bella, e
anche queste in piena quotidiana contraddizione, quasi un rifugio nella
poesia, quella lirica e sognante come il Canto d’amore di Alfred Prufrock di
T.S. Eliot, nella quale si attribuisce alla poesia tutto il suo valore
di musicalità.
Dopo la devastante alluvione del 1966 Firenze, che
si vede ricetto della gioventù del mondo accorsa a dare una mano, ha però un
momento di forte riconoscimento di se stessa e di voglia di fare e di
ostruire, oltre che di ricostruire. In questo generale entusiasmo di
azione e di ricerca - individualmente in gruppo - Paolo della Bella è indotto
nel 1967 a presentarsi al Salone Internazionale dei Comics a
Lucca, dove vince la medaglia d’oro, per un nuovo personaggio a
fumetti, «per l’economia dei mezzi espressivi con i quali è reso
un personaggio sottilmente ironico e provocatore». In quegli
anni, inoltre, della Bella e il Gruppo Stanza partecipano a varie
mostre; a San Giovanni Valdarno Galleria Il Ponte, Firenze Galleria
Inquadrature, Venezia Galleria Il Trilione, come anche
Roma e Milano, Napoli, Ravenna.
Dalle prove serigrafiche sciolte però, o al massimo raccolte
in volume, il passo successivo è stato quello di far nascere
una rivista. Nel 1971 infatti i membri del Gruppo Stanza hanno dato
vita alla rivista di umorismo grafico e satira politica intitolata Ca
Balà, la prima del genere in Italia, che raggiungerà i
50 numeri in un arco di nove anni, fino al 1980, finché ha avuto
senso avere il programma slogan «Satira come arma politica».
Il nome era stato scelto dal direttore, Piero Santi, come rievocazione
di quello di una rivista letteraria da lui fondata nel 1950, nel ricordo
di una passeggiata veneziana tra calli e campielli, dove si era imbattuto
appunto nelle fondamenta “Ca Balà” nei pressi della
Salute. La rivista rigorosamente indipendente, di sinistra, a carattere
underground solo per carta e per l’impostazione grafica, si è configurata
immediatamente come non provinciale, non fiorentina: anzi una palestra
per un variegato gruppo di collaboratori La testata, per anni dalla discontinua
uscita e dai multiformi formati, dal 1978 divenne un trimestrale assai
raffinato che alla pratica della satira accompagnava note e saggi teorici
sull’umorismo.
Nel presentarla a Milano nel 1971, Mario Spinella,
in un vortice di neologismi, ben ne ha illustrato l’impianto: «Il
gruppo che redige ed illustra Ca Balà pone sullo stesso
piano di oggetto da sottoporre a critica tutto quanto nella società contemporanea
si presenta come negazione o burocratizzazione della fantasia e della
vitalità; proprio per questo non deve sorprendere, anzi ritengo
che questo sia un punto positivo del giornale, che da una parte, costante, è il
tono antifascista di Ca Balà e dall’altra non si
perita di sacrilegiare le forme di burocratizzazione, le forme di disumanizzazione,
le forme di meccanicismo, di grossolanità e addirittura i falsi
scopi intorno ai quali molto spesso si muove anche il movimento
di classe in Italia e fuori d’Italia. Io credo che questo sia un
grosso merito del giornale, perché di solito un periodico che
si proclama di sinistra finisce per essere conformizzato, in un modo
o nell’altro, o ad essere impedito per una forma di inibizione
interna ed esterna, dal muovere la giusta critica della satira anche
alle azioni della sinistra, o viceversa, fa concentrare poi il suo discorso
contro questi limiti, queste carenze, questi errori, questi drammi della
sinistra, dimenticando che la sinistra si muove in un contesto molto
più vasto e l’obiettivo non può essere che in comune».
L’amara riprova di tali affermazioni l’ha fornita il tempo
intercorso: il Male, altrettanto indipendente, ha prevaricato
la pionieristica Ca Balà. A sua volta frenato nella
sua corsa, è stato sostituito da Tango - poi Cuore -
questi ultimi supplementi dell’Unità, dissolti
completamente con la sinistra al governo, come del resto il Satyricon del
quotidiano Repubblica.
Ca Balà, anche in questo antesignana
ed unica, almeno rispetto ai fogli successivi, si è qualificata
ben presto per un suo rigore che vorrei definire disciplinare, proponendo
una serie di numeri speciali, a carattere monografico, da quello di
gemellaggio con la consorella spagnola antifranchista Hermano Lobo,
a quello dedicato all’Enragé, il giornale-pavé del
maggio francese, al quale tanto l’intera esperienza di Ca Balà si
rifaceva. Un numero è stato poi anche dedicato nel 1973 al centenario
della nascita di Giuseppe Scalarini, grafico i cui disegni prima sull’Avanti e
poi sull’Asino, avevano intelligentemente, ma ferocemente,
ironizzato sul massimalismo dell’umanità socialista alla
quale erano destinati, denunciando le responsabilità della borghesia,
il fascismo, l’atrocità e l’assurdità della
guerra, il clericalismo e lo sfruttamento padronale. A latere del periodico
dal precipitante e rotondo titolo fertile e indimenticabile è la
produzione di poster quale il Manifesto di Paperone, composto
a seguito del golpe di Pinochet in Cile, in cui un enragé disneyano
Zio Paperone strepita Golpe in sostituzione del Gulp della mondadoriana
traduzione. Anche ilmanifesto fotomontaggio della squadra di calcio alla
quale sono state imposte le teste dei parlamentari antidivorzisti da
battere con il referendum del 1974, è rimasto altrettanto vivido
nell’immaginario collettivo di quello che era affisso all’epoca
per le vie e che raffigurava Fanfani accompagnato dalla didascalia: «se
aveste sposato un uomo come questo sareste sempre contrarie al divorzio?».
Nella scelta del programma volutamente connotato artigianale,
come nel suggerirne la riesumazione del nome, ha inciso radicalmente
Piero Santi, già direttore della casa editrice Il Fiore,
pendant di quella galleria “Il Fiore”, aperta ancora negli anni della
guerra per volontà di Ottone Rosai, che ne aveva disegnato il
logo: un fiorellino a quattro petali e con due foglioline. Nella sede
di via Folco Portinari, ritrovo di artisti e intellettuali, si alternavano
mostre collettive (la prima con Carrà, De Chirico, Morandi e
Rosai) e personali di giovani promesse (Enzo Faraoni, Carlo Mattioli,
ecc.), presentate da quella stessa intellighentzia che era solita frequentare
la galleria (Parronchi, Gadda, Ragghianti, Longhi). Santi, a cui Rosai
aveva illustrato le Tre storie brevi pubblicate da Il Fiore è stato
in seguito titolare della Galleria l’Indiano, aperta
nel 1950 in Piazza dell’Olio, e attivo anche come stampatore
di serigrafie. In quello stesso anno aveva fondato una rivista letteraria
mensile dal nome, appunto, di Ca Balà, rimasta in vita
per soli quattro numeri. Questa sua provata attenzione verso i giovani
e le loro proposte si è riconfermata nel passaggio di testimone del nome della rivista
che da letteraria, in sintonia con i tempi di comunicazione abbreviata,
incisiva ed iconica, è diventata grafica, diventando la pepiniera
di una intera generazione umorgrafica: «La caricatura, il disegno
satirico, l’umorismo grafico, in una parola il ‘segno’ al
servizio di un’idea critica da enunciare in violazione di ogni
tabù morale, sociale e politico, è indubbiamente una conquista
moderna. Tuttavia, nell’ambito di un tale esercizio del ‘segno’,
in questi ultimi tempi qualcosa è cambiato. Oggi, nei suoi termini
più acuti, l’umorismo grafico non può essere più considerato
semplicemente un ‘libertinaggio’ dell’immaginazione,
come era definito nella voce dell’Enciclopédie,
un lusso e un vizio insomma, da permettersi soltanto negli stati di
relax. E tanto meno può esaurirsi nella formula secondo cui ‘il
riso fa buon sangue’». Così Mario
de Micheli affermavaella
prefazione alla cartella di serigrafie Immagini Umorgrafiche (1970)
del Gruppo Stanza. Come ha avuto modo di rilevare in un ampio
articolo (1979) Antonio D’Orrico: «Di formazione abbastanza
sofisticata: i loro modelli provenivano dalla scuola francese - le
riviste Hara
Kiri, Enragé, Siné Massacre e
i maestri che vi collaboravano: Wolinski, Reiser, Chaval, Siné GéBé,
ecc., ed escludevano significativamente la tradizione anglosassone
e quella di oltreoceano».
Luciano Secchi ha anche voluto giustamente stabilire il confronto con
il Cannibale (1979). Ma il principio del gruppo, con il gruppo
e per il gruppo, il lavoro comune della loro prima formazione si perpetua
sia nella rivista che nelle pubblicazioni a latere. L’uno influenza
l’altro e a sua volta ne è influenzato, più sul piano
dei contenuti che del segno. Forse solo Aroldo Marinai, i cui rilevanti
apporti cromatici, sebbene ristretti ad un ambito più tradizionale,
come li ha definiti Roberto Coppini nel recensire sull’Avanti la
mostra che il gruppo ha fatto a Firenze nel 1969 alla Galleria Inquadrature,
ha inciso sulla cromia di Paolo, inizialmente di grafica “nera”.
I temi trattati e graffiati con segno brut sono sempre
stati scomodi e scottanti, senza dimenticare il sesso e l’anticlericalismo. Un’ironia
documento di un tempo: «La grafica del Sessantotto è fatta
di configurazioni brutali, sgradevoli, imperniate sulla tecnica di un ‘cattivo
disegno’ che a prima vista offende. Abbiamo così i lascivi,
degradati eroi della sovversione morale di Charlie Hebdo e di
Hara Kiri e la grafica peristaltica e catabolica di Ca Balà» (Eco).
Nell’aura di Dubuffet
Personaggio di orgogliosa umiltà Paolo della Bella ha scelto
come motto una frase di Cyrano de Bergerac, amatissimo modello per una
generazione di intensa contraddizione, come quella sbocciata appunto
nei primi fermenti del 1968: «tuttavia, quanto più aumentavano
le nozioni del mio sapere, tanto più cresceva la consapevolezza
di quelle di cui non ero in possesso».
Per sua franca ammissione però Paolo, ha subito la fascinazione
di Jean Dubuffet (1901-1985). Questi per insofferenza verso l’estetica
tradizionale, così remota rispetto alle esperienze dell’uomo
comune, si è volto a scoprire, raccogliere e riproporre come modello
le forme di espressione artistica spontanee e immediate, ovvero svincolate
da ogni struttura culturale, che ha definito “art brut”,
ovvero proprie solo dell’infanzia, dei dilettanti e degli alienati.
Della pratica artistica di Dubuffet, le cui opere ha certamente visto
e sulle quali ha riflettuto, se non altro proprio a Firenze nella mostra
del Fiorino del 1963, dove era esposto insieme a Matta - del
quale anche ha subito forte fascinazione - a Paolo della Bella è rimasto
un postumo di indagine delle possibilità espressive della materia,
però in chiave leggera, tenue, come soffice e aerea è la
sua adesione alla teoria. Nel senso cioè che la trasgressione,
la rottura verso l’imbustato universo dell’arte e del suo
mercato del francese, del resto superata nei fatti e dagli accadimenti,
non potrebbe neppure essere propria del fiesolano per il suo temperamento
schivo e per la sua - e del Gruppo Stanza - via alternativa
di diffusione e consumo di arte artigianale. Da Dubuffet ha piuttosto
tratto la percezione dell’immediatezza della comunicazione del
segno, sia grafico che verbale, che sente e vive profondamente, da dilettante
nel senso etimologico del termine, ovvero che si diletta, con spontaneità,
come facendo fluire un’infanzia perenne, una quieta follia, insomma
un sogno. «Il professionismo non si definisce soltanto come attività principale
e permanente», scrive Dubuffet, ancora lui, nel suo libro Asfissiante
cultura, «Le ninfomani non possono essere considerate professioniste
dell’amore. Perché lo divengano, occorre che questa attività si
trasformi per esse in mezzo di scambio: l’amore non sarà più fine
a se stesso e verrà esercitato per ricevere in cambio un altro
bene, considerato più prezioso»; mentre Paolo Conte in un’intervista,
dichiara candidamente, forse con un po’ di civetteria: «Sono
un eterno dilettante, ma mi salvo con l’arma del professionismo».
I compagni di strada
Compagni nella ricerca, nella sperimentazione, nell'ironia,
Berlinghiero Buonarroti dal segno grafico denso, di britannica fragranza,
da caricaturista del Punch, stralunato e intenso, più cupo del nostro, e Graziano
Braschi di linea vibrante e nervosa, iperdescrittiva ed ossessionato
dal dettaglio tecnico che, come promettevano i suoi esordi grafici, ha
optato (oltre al «giallo») per la letteratura più che
fantastica, horror, diventando uno dei cultori di Stephen King. Nella
citata prefazione alle Immagini Umorgrafiche Mario De Micheli
li ha così definiti: «Braschi è un disegnatore sottile,
inquieto, padrone di una fantasia pungente, capace di far emergere il
disagio di un'esistenza estraniata senza forzare il segno, senza romperlo;
della Bella, con grafia altrettanto sottile, ma più distaccata
punta su di un racconto dalla trama assurda, quasi metafisica nella definizione,
intenta però a cogliere gli inganni del sentimento, gli 'sbagli'
del cuore; Buonarroti, con un segno più marcato, più drastico,
tende invece a mettere energicamente in evidenza, con una punta di sarcasmo,
gli scompensi di una realtà solo in apparenza scorrevole su binari
prestabiliti. Sono tre giovani artisti che vogliono portare, in un genere
spesso degradato sino alla regressione psicologica, un accento diverso,
una linfa nuova, rivedendone gli assunti e le finalità; ambizione
non da poco, e per giunta ambizione solitaria nel senso in cui questi
tre amici sogliono lavorare. Ma i risultati, perseguiti già da
qualche anno, sono qui ed ognuno li può giudicare. Per conto mio,
senza nascondere i passi difficili che una simile impresa deve affrontare,
considero già le loro prove come una proposta positiva, aperta
ad un discorso sicuro e possibile».
Paolo della Bella ha però sviluppato la qualità del suo
segno grafico, la sua sintesi espressiva e la sua semplificazione tutta
risolta in linee, tenendo davanti agli occhi e somatizzandola emozionalmente
la successione delle litografie di Picasso, dedicate al toro ed eseguite
tra il 5 dicembre del 1945 e il 17 gennaio del 1946. Viste in sequenza
sono ovviamente il manifesto picassiano per eccellenza che ripercorre
a rebours l’evoluzione della forma, dalla sintesi della pittura
rupestre, alla geometrizzazione dell’arte arcaica, alla resa realistica-naturalistica
di forma e volume. La scomposizione in geometria essenziale, dal volume
alla linea, per passaggi successivi di evidenziazione delle masse del
possente corpo dell’animale fino ad esprimerne finalmente la scarnificazione
assoluta, però nel rispetto della bilanciata proporzione dell’insieme,
l’idea astratta ed assoluta di toro. Individuato il modello-processo
Paolo della Bella - quel multiplo individuo che si esprime anche con
parole, che verseggia - lo impiega anche in sintesi testuale, nella via
indicata da Giorgio Manganelli, in un’intervista a Giovanardi: «Ho
l’impressione che i racconti di Centuria siano un po’ come
i romanzi cui sia stata tolta tutta l’aria. Ecco: vuole una mia
definizione del romanzo? Quaranta righe più due metri cubi di
aria. Io ho lasciato solo le quaranta righe: oltretutto occupano meno
spazio, e lei sa bene che con i libri lo spazio è sempre un problema
enorme». Ovviamente è l’ironia di questa definizione
a toccare e far risonare il diapason di Paolo, più ancora della
rigorosa sintesi grafica picassiana. Picassianamente in sequenza di semplificazione
la serie di ritratti femminili, il primo di fonda seduzione negli occhi
marcati, il secondo contrapposto dall’iperrealismo di un incongrua
pamela, dismessa perché il tempo delle passeggiate all’aria
aperta è ormai passato. Il terzo è una disperata espressionistica
nipotina di Schiele.
Oltre che grafico però Paolo della Bella si è sempre espresso
combinando parole, con quello spirito di poesia
visiva e di poesia sonora
del quale si è già fatto cenno. Ha pubblicato effettivamente
un libro di poesie, stampato nel 1977 dalle Edizioni Collettivo R, Cronologia,
con prefazione di Franco Manescalchi, «un libro spavaldo, netto,
perentorio» come l’ha recensito Ferruccio Masini sull’Unità (1977).
Insomma un politico che è privato, una versione tenuemente lirica
di una sua propria via di retro-avanguardia, già vissuta nel
gruppo e descritta con partecipato distacco in versi precipitati.
Fotografare è bello
Non poteva però rimanere immune dal fascino di «un mezzo
di riproduzione veramente rivoluzionario», come lo ha definito
Benjamin, né rifuggire dall’usare la macchina fotografica
per cercare, con l’occhio potenziato dall’obiettivo, di sperimentare
ancora e sempre nella direzione del multiplo, cesellato però nei
suoi esemplari, nella sua tiratura, non solo quindi mezzo espressivo,
ma esito di univocità. Una riproducibilità che esce infine
dai volumi rilegati e conservati sul tavolino del salotto e invade le
vie. E tutta la sperimentazione dietro l’occhio della macchina è impostata
come alternanza, gioco degli opposti: la favolosa M20 dell’Olivetti
accarezzata da un panno rilucente, nella preziosità della scelta
retrò dell’impeccabile bianco e nero. Trasgressione alla
Duchamps invece il cenacolo di Domenico Ghirlandaio, a S. Marco la cui
mensa è carica di prodotti come gli scaffali di un supermercato.
Il gioco è questa volta condotto a quattro mani con l’amico
Liberto Perugi, fotografo dal finissimo talento, artista dell’obbiettivo,
la scelta di questo tra tutti i cenacoli fiorentini, è stata dettata
certamente in ironica risposta alla copiosità di dettagli dell’affresco.
Il ricorso al colore in una foto del 1979, che riprende l’idea
di utilizzare una gabbietta, questa volta una borghesissima da gatti
o ancora peggio da cani da grembo, nella quale giacciono falce e martello, è giocata
sul controluce, che da un senso ancora maggiore di smarrimento e di
delusione.
Alcune cifre ricorrenti, o elementi costanti di un
disagio che fa da sottofondo all’ironia, sempre più condotta su un filo sottile,
lieve, emergono con costanza man mano che si allontanano gli anni brut
e densamente impegnati. Ne è messaggero il povero Ronzinante,
perduto il suo Don Chisciotte, che si aggira con prudenza in un campo
di coltelli acuminati.
Nel censire i fondi fotografici disponibili in Toscana,
L’Archivio
fotografico Toscano a Prato ha incluso il Fondo contemporaneo di
eventi e personaggi a Fiesole, con una consistenza dalle 15 alle 20
mila immagini, a partire dal 1982, indicando quale autore noto e dunque
schedato appunto Paolo della Bella
Le fotografie sono scattate a Fiesole, il teatro della
memoria del colle lunato, di quell’insieme di eventi, manifestazioni e incontri,
appunto, che hanno scandito la vita politica, culturale e sociale della
città. Un insieme di immagini costituitosi nel tempo grazie all’attenta
e pronta registrazione da parte del fotografo, che ha saputo cogliere
spunti dalla quotidianità e dall’eccezionalità del
vivere sulla sommità di una collina, che da nome ad un comune
e ad una diocesi. Colui che scatta, il fotografo, non è solo un
testimone ma in qualche misura un ‘notaio’, che capta, annota,
raccoglie. La vibrante differenza nel registrare per immagini, invece
che con parole, è connessa al mezzo di cui dispone colui che registra,
la macchina fotografica, che consente di uscire dalle righe, di non attenersi
a formule e schemi, e dunque di interpretare quanto si vede attraverso
l’obiettivo, scegliendo tagli, scorci, luci ed ombre.
Nelle fotografie si rincontrano figure ben note della quotidianità e
volti altrettanto noti grazie alla loro ricorrente presenza nel diluviale
flusso dei mezzi di informazione. L’immarcescibile Giulio Andreotti
e il farmacista, il premio Nobel Rigoberta Manchu e i vigili urbani;
i primi cittadini e i cittadini primi nelle arti e nell’architettura:
Giovanni Michelucci, Piero Berardi, Primo Conti. Vi si vedono i volti
della storia, quale disciplina: Monsignor Raspini e Giorgio Spini,
come i molteplici volti della chiesa: Giovanni Paolo II e padre Ernesto
Balducci. Si succedono scrittori in visita e poetesse residenti, letterati
consacrati da premi ed aedi domestici. Molti sono i pittori dei quali
Fiesole ha ospitato personali nel corso degli anni,
e che sulla collina hanno vissuto per lunghi o brevi periodi. Si alternano
il volto di Oliviero Toscani e dell’edicolante dal quale si sono acquistati giornali
e riviste stracolmi delle sue immagini pubblicitarie. Tagli di nastro
e scoprimento di lapidi si susseguono a tavole imbandite alle quali siedono
le firme del giornalismo o della moda. La variegata gamma dei politici,
fra i quali gli assessori comunali sono sempre e comunque i padroni di
casa, si sgrana nell’intera gamma: dalla Provincia, alla Regione,
allo Stato, al parlamento europeo.
Lo scatto del fotografo li ha fermati nel tempo, spesso
con non poca sottile ironia, cogliendo la quale facilmente si identifica
chi si è trovato
dietro l’obiettivo per tutti questi anni: Paolo Della Bella. Mai ‘paparazzo’ perché non
lo collocano in questa categoria i suoi modi di scatto, l’angolatura,
il sempre desto e vigile senso dell’umorismo, qualità che
gli permettono di cogliere volti che non sono mai in posa, o gruppi che
dialogano con parole e moti, o ancor peggio pose che tradiscono. Non è neppure
un fotoreporter perché non riesce a staccarsi da quanto registra,
ma tende a ‘commentare’ e a studiare effetti, ad enfatizzare
punti di vista. Ed ha avuto modo di studiare, di riflettere sulle
opere di veri maestri della fotografia, proprio perché Fiesole
ha detenuto un primato in questo campo. E’ stata fra le prime cittadine
che hanno dedicato, istituzionalmente, specifica attenzione alla fotografia.
Da quando venne inaugurata, negli anni Ottanta, la Palazzina Mangani è stata
per qualche tempo sede espositiva di mostre fotografiche di notevolissimo
respiro, quando ancora in campo nazionale la fotografia era piuttosto
negletta. Fra l’altro si sono visti Paul Strand, Man Ray, Walker
Evans, Bruce Weber, Elliot Erwitt, e anche la serie dei Nuovi linguaggi
della fotografia europea: L'occhio in trappola. Christian Gattinoni
e Emanuele Menniti Paraito; La pratica della luce. Occhiomagico
e Richard Nieto; Lo sguardo della chimera. Uwe Ommer e Marco
Utili. Mostre che hanno educato lo sguardo, che hanno fatto volgere
l’attenzione verso un’arte tanto quotidiana quanto raffinatamente
espressiva. Ma la fotografia è anche il documento del tempo,
il registro della memoria, il modo di raccontare una storia senza fine.
Quasi un bilancio, o almeno un ricordo lungo quarant’anni,
la mostra fiesolana Humour mon Amour: rassegna di umorismo
grafico 1940-1982, allestita alla Palazzina Mangani nel 1982, curata
dai tre fondatori del Gruppo Stanza, il cui catalogo è stato
stampato da “Il Candelaio” e che si apre con una mancata
presentazione di Cesare Zavattini - carpita come intervista da Paolo
della Bella - alla quale fa seguito un intervento critico di Luigi Malerba.
La mostra era stata suddivisa in sezioni, esplicitate nel loro percorso
dall’albero genealogico che si dirama dal tronco dell’humour
nei rami di assurdo, nero, costume, erotico, surreale, anticlericale,
poetico, politico, antimilitarista, truculento. Tutti i recensori vi
hanno visto un riferimento al Castello dei destini incrociati di
Italo Calvino. Ma sappiano bene come gli alberi genealogici tendono
a unire quanto il tempo e i fatti hanno diviso, pur essendo sorto dal
comune ceppo, e non penso solo alle famiglie di sangue, ma alle famiglie
religiose, o come si i nterroga Christiane Klapisch-Zuber «la genealogia medioevale
e le specificità italiane: affare di stato, di principi, di cittadini
?».
Nella ricchissima selezione operata fra la diluviale
produzione di più di
quarant’anni compaiono in primo luogo i maestri di riferimento
del Gruppo Stanza: Siné, Wolinski, Reiser ma anche
GéBé,
Copi, Searle, e ancora Gourmelin, Topor, Folon, Sempé Van
den Born ovvero il Professor Pi. E di della Bella è una vignetta
del periodo nero, discretamente antifemminile se non antifemminista,
che ironizza sull’ossessività di certe frasi nel gioco
della coppia.
In occasione della mostra fotografica dedicata a Paul
Strand nella Palazzina Mangani di Fiesole, Paolo ha accompagnato Cesare
Zavattini a presentarla il che ha consentito al nostro di avere un
nuovo incontro e una lunga conversazione con l’amato maestro,
del quale ha sempre nella mente, come didascalia alle sue vignette
uno degli epigrammi emiliani di Stricarm’ in
d’na parola (Stringermi in una parola):
Lei cosa fa di mestiere ?
Svaluto gli uomini
E’ faticoso ?
Macché. Lavoro anche le feste
Zavattini è stato figura di riferimento per
il Gruppo e specificamente per Paolo. Fu tramite per il gemellaggio
con la rivista antifranchista spagnola Hermano Lobo, e le interviste carpitegli da della Bella
sia in occasione della mostra di Strand, pubblicata da Paolo sul giornale
locale Fiesole Democratica, sia quella utilizzata come presentazione
per la mostra Humour mon Amour, sono un canto e un contro
canto, un riscontro tra due tessitori di sogni dotati del talento per
creare «immagini
come uccelli fosforescenti che sfuggano a frotte e volino impazziti».
Il grande vecchio del cinema e della poesia dialettale, il sanguigno
e poetico sceneggiatore nell’arte e nella vita, tenero e crudo
al contempo anche nei suoi disegnetti, era un vortice di idee «una
macchina per pensare soggetti [che] gli venivano a fiotti, quasi contro
la sua volontà. E con tale fretta, che aveva sempre bisogno dell’aiuto
di qualcuno per pensarli ad alta voce e acchiapparli al volo. Solo che
quando li aveva portati a termine si scoraggiava. Peccato che si debba
fare un film, diceva. Perché pensava che sullo schermo avrebbero
perso molto della sua magia originale» (Garcia Marquez). Con
lui Paolo ha avuto un processo fortissimo di timorosa identificazione.
In una ripresa poi da fotoreporter, proprio per la
mostra di Strand, è fissato
l’incontro a Fiesole di Cesare Zavattini e di Gianfranco Contini.
Un giorno però è arrivata Alice e disegni e parole l’hanno
accolta festosamente. Anche il nonno adottato per sintonia di sogno l’ha
salutata con un abbraccio.
La sua ricerca va così nella direzione della partecipata documentazione
estemporanea. Si esercita a trarre dallo spunto quotidiano, dalla cronaca
- peraltro alta - elementi per realizzare foto che nella loro presunta
immediatezza sono meditate, giocate sul contrappunto, sulle linee, sulla
geometria di forme e di luce. Anche la foto reportage è, può essere,
foto d’artista, ed è comunque un modo di scrivere una
cronaca per immagini, una cronaca del proprio luogo, una via per annotare
un pezzetto della propria storia.
L’occhio ironico che si esprime attraverso l’obbiettivo
alterna la ricerca formale al gioco insistito della cattura di particolari,
alternativamente con il colore e con l’austero e impeccabile bianco
nero, nell’annullamento quasi totale della spazialità,
in una resa incorporea e priva delle banali coordinate di alto e di
basso.
Lo testimoniano certi lavori su commissione, specificamente
per il Comune e la Regione e destinati quindi alla comunicazione, alla
pubblicità,
anche se nel primo caso il messaggio è fortemente connotato da
un valore storico e civico. E’ uno sbocco nuovo nella espressività di
Paolo, che pur cedendo - in modo frenato - alle esigenze della comunicazione
e del mercato, non riesce a non esprimersi in modo sognante, lieve,
aereo.
Non si sa poi se per gioco o per confermare un’amicizia
di una intera vita, e comunque per il piacere e il gusto di un lavoro
comune, anche se in una accezione ben diversa dalle esperienze sessantottine,
che viene data vita alla mostra I Sogni “in” tasca: una
Serigrafia fifty-fifty con 20 + 20 opere di Aldo Frangioni e Paolo
della Bella dal 1968 al 1988, al Capo di Buona Speranza a Settignano
(Firenze). E’ immediato interpretarla, per via della prima di quelle date
affisse a sottotitolo, come la celebrazione di un ventennale che non
tiene troppo del privato, del personale e che scandisce gli anni uno
per uno, ed ognuno singolarmente con il proprio personale passo e ritmo.
Per il primo espositore è stata osservata «una propensione
al racconto, alla fantasticheria grafica, all’illustrazione onnivora
dove c’è di tutto, da Maccari ai video-games. Tante idee
colte al volo e messe giù con prontezza, anche se quasi mai sfruttate
a fondo come avrebbero meritato». Per il secondo invece è stato
posto rilievo ai sogni che «corrono là, sulla carta, assolutamente
perfetti e in equilibrio assolutamente esatto tra pensiero e invenzione
grafica, tra slogan e traduzione visiva» (Gianni Pozzi). La conseguenza
di questo teatro della memoria, scandito dalla scelta di un disegno per
anno prodotto da ognuno dei due, sarà il piacere di lavorare sporadicamente
in coppia per fare dono dei risultati agli amici, una sorta di coralità indotta.
La sede scelta come scena poi, gestita da ex carcerati sponsorizzati
da Michelucci che è anche un laboratorio di serigrafia, si connota
come quadro ideale per far da trama a quanto il tempo ha ordito. Il cerchio
sessantottino si chiude così nell’uso di luoghi di incontro
e di discussione, nonché di lavoro, come vent’anni prima
era avvenuto nell’avvalersi delle case del popolo per sedi espositive.
Si apre però ormai una nuova fase nella ricerca di Paolo nella
quale emerge pienamente il suo senso dell’ironia, il non prendersi
troppo sul serio, il suo odiare profondamente ogni seriosità.
E’ ora solo grafico e non più humorgrafico e incamminato
alla conquista del colore come forma di espressività. Un colore
comunque saggiato con prudenza, tentato come materia, steso come si
trattasse di un collage oppure sommesso, sordo, per accompagnare piano
piano un fotomontaggio, fare da quinta e quasi fumetto ad una serie
di intensi ritratti: Primo Conti, Giovanni Michelucci, Cesare Zavattini.
Un colore che si fa man mano più sicuro allorché negli
autobiografici Sorrisi non solo dichiara apertamente a fatti
e a parole di continuare a sognare, a vivere il sogno, ma disvela anche
le sue fonti, le sua matrici culturali. Per primo l’adorato Dubuffet,
al quale il pamphlet di disegni e poesie, stampato nel 1992 rende debitamente
omaggio, ma anche un ricordo di Chagall e dei Fauves e il Matisse dai
colori puri e dello spazio sognato. In questa occasione Paolo, riscopre
anche le sue radici vere, il rapporto con Buonarroti, insieme al quale
riannoda il filo con le tecniche artigianali di stampa, primato, vanto
e compiacimento dei suoi primi anni. Riscopre dopo la pausa intimista
il gusto di lavorare insieme con professionalità e al contempo
con amore e fantasia, o meglio ritrova più semplicemente quel
gusto di provare, di cercare, di fare che ha accompagnato il lavoro
comune degli esordi.
Nel 1994 esce Bugie Vere presentato da Roberto
Incerti alle Giubbe Rosse di Firenze, il caffè letterario della Voce.
Il titolo ossimoro è stato scelto per celebrare i suoi primi cinquant’anni,
ed è voluto come parallelo dei quadri di Van Gogh che non sono ‘veri’ come
rappresentazione ma sono ‘veri’ perché esprimono
il vero.
Il libro oggetto è stampato e confezionato ancora una volta a
cura di Berlinghiero Buonarroti, sempre a Compiobbi (Fiesole), e infine
illucchettato da Paolo. I disegni di copertina sono stati stampati manualmente
con la vecchia tecnica tipografica in dieci colori non retinati, mentre
i disegni interni sono in cromolitografia in un totale di quarantacinque
colori. Le carte scelte per realizzarlo sono di ben tre tipi diversi,
per enfatizzare l’effetto delle vecchie tecniche e degli splendidi
caratteri Bodoni delle poesie.
Sembra qui di ritrovare un Nabis, di quelli che volano
tra cielo e terra, di quelli che come Sérusier credono «in un giudizio finale
in cui saranno condannati tutti quelli che hanno trafficato con l’arte
sublime e casta, tutti quelli che l’avranno degradata con la bassezza
dei loro sentimenti, con la loro vile cupidigia dei beni materiali».
E in questi disegni, come nella serie di opere sciolte
di tutti gli ultimi anni, la naturale tendenza a divagare, l’apparente facilità della
realizzazione e dello snodarsi del sogno nell’ordito dell’insieme,
la maniera corsiva, telegrafica, e anche delicatamente ritmica, fanno
pensare a un Dufy. Anche se forse, se si dovesse proprio classificare
questo recente della Bella, egli potrebbe ricadere in quella categoria
decorazione, pittura veloce, spirito ludico» (Roberto Daolio),
trovata per dare un ordine agli Anniottanta, quella cioè di
un Pablo Echaurren o di un Luca Alinari o ancora di un Plinio Mesciulam,
anche se a tutta questa arte di frontiera di suo aggiunge il tocco di
un fantasmagorico sogno fatto alla presenza della sonnacchiosa ragione.
Del resto Matisse, a chi lo accusava di decorativismo, rispondeva: «L’arte è fatta
per decorare la vita degli uomini».
Alle pendici del colle fiesolano, in una luminosa
serata di giugno il Centro Giovani di Pian del Mugnone, ha aperto le
porte per una festosa serata in dialogo con Paolo della Bella. Alle
pareti una scelta selezione di stupefatte e turbinose opere recenti
hanno offerto lo spunto per una schermaglia verbale tra l’autore e chi si avviava – non sapendolo – a
diventare la sua biografa. La breve ricostruzione della vicenda creativa
di della Bella, a preambolo della giocosa «intervista» fatta
alla presenza dei numerosi intervenuti, è stata una prova generale
per la ben più ambiziosa avventura comune: la mostra personale
al Parlamento Europeo di Strasburgo per Paolo e il relativo catalogo
per me.
È difficile pensare che Paolo sia ascrivibile ad una qualche
tribù. La sua bonaria irrisione non gli consente di riconoscere
gradi e gerarchie, neppur scuole e correnti. Come spesso avviene, ogni
Ariele fa innamorare di se. E con animo leggero ha colorato l’immaginario
di austeri politici che gli hanno aperto e continuano ad aprirgli le
porte di severe istituzioni.
Da Fiesole a Strasburgo
E’ così difficile sognare. Segno dei tempi che sia concesso
dall’avvento di una nuova moneta e con essa dalla volatile speranza
di unione e di concordia. Come per tutti i sogni nell’adozione
dell’euro si aggruma e si riconferma l’identità parcellizzata
delle componenti del mito europeo. Infatti nel 1999 per celebrare l’avvenimento
il parlamento di Strasburgo ha selezionato la Toscana per offrire una
scelta selezione dei prodotti della sua fertile e produttiva terra, nella
più ampia accezione culturale di prodotti della terra e dell’ingegno.
Una regione, ma anche un antico stato. In una sorta di festosa sagra,
più tradizionale di quelle che ancora continuano a ricordare santi
patroni e cambi di stagione, nell’austera sede del parlamento,
con l’accompagnamento sonoro della sua babele linguistica, sono
stati sciorinati i prodotti più gustosi e più celebrati
e tra un assaggio, più che gradito, di olio, salumi e vino, che
solleticavano il senso del gusto e dell’olfatto, gli eletti e gli
ancor più numerosi cooptati comunitari hanno rallegrato anche
il senso della vista percorrendo uno spazio segnato dalle opere di
Paolo della Bella.
Prestigiosa la sede, avidi di ogni esperienza sensoriale
i suoi occupanti, pertinente il titolo scelto per la selezione di una
cinquantina di opere “Un
sogno fatto alla presenza della ragione”. Disegni, collages,
stampe, e una ‘scultura’ realizzati tra 1968 e 1998.
Il senno di Poe
Prima di licenziare il secolo e il millennio il 9.9.99 si è inaugurata
all’Art Center di Firenze, a cura di Vincenzo Buongiovanni, una
seconda personale di Della Bella: “Trent’anni di ironia”,
occasione per presentare pittura, grafica e Poe-sia. Ridotta nei numeri
rispetto alla prestigiosa mostra ad apertura d’anno a Strasburgo,
questa volta solo una trentina e ancor più focalizzata, sempre
che così si possa dire, sulla vena ironica che è comunque
nelle corde del nostro. Dal gioco numerico al gioco tipo-grafico nelle
opere esposte sono stati interpretati e ironizzati tutti i segni della
comunicazione. Ironia sempre un poco agra, e comunque smitizzante ogni
convenzione, ogni vieta abitudine: un nuovo mito assunto e subito sezionato è Edgar
Allan Poe – e così – poe-sia.
In quello stesso ’99 viene data alle stampe un’opera di
lungo respiro e di costante divertimento, quella che nella recensione
che ne ha fatto Franco Prattico sulla Repubblica è stata definita
l’enciclopedia più pazza del mondo: “[...] Nel tentativo
di fornire un quadro quanto più esaustivo possibile di questo
variegato panorama che pullula ai margini della scienza ‘ortodossa’,
due audaci ricercatori, Paolo Albani e paolo della Bella, con la collaborazione
del fondatore dell’Istituto di Anomalistica e delle Singolarità Berlinghiero
Buonarroti (forse l’ultimo surrealista), hanno dato vita
a una Enciclopedia delle scienze anomale edita dalla serissima casa editrice
Zanichelli e con introduzione dei maggiori storici della scienza europei,
Paolo Rossi”. In Forse Queneau i due Paoli si sono riallacciati
ad una idea alla quale lo scrittore francese Raymond Queneau aveva
dato avvio ma mai conclusione, cioè spigolare negli scritti dei “paranoici
reazionari e chiacchieroni rimbambiti” da lui etichettati come fous
littéraires. L’opera del francese avrebbe dovuto
chiamarsi antinomicamente Enciclopedia delle scienze inesatte.
I due autori, che si autoetichettano Bouvard e Pécuchet,
hanno pazientemente collazionato teorie surreali o fallimentari, certamente
anomale, da cui il sottotitolo: Enciclopedia delle scienze anomale,
appunto. L’editore Zanichelli ha avuto l’animo di pubblicare
un calembour editoriale che si è rivelato un vero best seller,
tanto da doverne fare una seconda tiratura.
Lo storico della scienza Paolo Rossi ha stilato la
prefazione che inizia: “Strane
e ingiustificate credenze, superstizioni, teorie stravaganti e non provate
accompagnano da sempre il cammino degli esseri umani sulla Terra. Non
sono affatto scomparse dopo che si è affacciata alla storia – tra
la metà del Cinquecento e la metà del Settecento – quella
complicata e stratificata realtà alla quale attribuiamo il nome
di scienza moderna”.
E’ drammaticamente evidente nelle nostra quotidianità che
l’illusione illuminista e positivista, che il progresso delle scienze
e la diffusione del loro sapere scientifico avrebbe sconfitto le superstizioni
e le fideistiche convinzioni, sia durata il tempo della fioritura di
una rosa. L’integralismo che connota il nuovo millennio e la faziosità che
viene gridata da qualsivoglia schieramento, rispetto al quale si prova
ripugnanza ad usare il termine politico, si esprime su ogni argomento
per partito preso trascurando ogni ricorso all’oggettività scientifica.
E’ dunque particolarmente confortante sfogliare un catalogo di
non messianiche opinioni, benché presentate nella salda convinzione
dei loro propugnatori. “Le pseudoscienze sono anomale perché sono
diverse dalle scienze vere ma ne hanno – in misura minore o maggiore – l’apparenza,
mostrano di condividerne in qualche modo le pretese di verità e
di universalità” continua Paolo Rossi nell’introduzione
all’enciclopedia “ricreativa”.
I due curiosissimi compilatori, con la collaborazione
di Berlinghiero Buonarroti, hanno messo a disposizione del lettore
un’opera che
lo induce a fare zapping intelligente, tanto per mantenere lo spirito
antinomico alla Queneau. L’enciclopedismo dell’impianto
di Forse
Queneau è rigorosamente strutturato in due aree di riferimento,
come le definiscono gli autori: le scienze anomale e le scienze improbabili.
A loro volta sono state raggruppate in sottocategorie, rispettivamente
le anomale in alternative (astrologia, astrobiologia e grafologia),
potenziali (limitologia, estesiologia, fisica evolutiva, intenetlogia,
scatologia, polemologia), occulte (teosofia, antroposofia, antropologia
spaziale) e dimenticate (frenologia, flogisto, calorico, generazione
spontanea della vita); mentre le improbabili sono divise in eteroclite
ovvero elaborate da eterodossi e mattoidi (dominatmosferologia, elettro-omeopatia,
metabolismo storico, meccanica linguistica), letterarie ovvero rintracciabili
in testi a carattere letteraria (elegantologia, teoria dell’andatura,
scienza esatta matrimoniale, polverologia, chirurgia morale), comiche
(spropostologia, scienza della bidonata, scienza della iettatura,
dendrologia, Facoltà di irrilevanza comparata) e utopiche
(fantascienza, biomeccanica, matenautica, teoria dei saperi possibili).
Aldo Fasolo, recensendo il volume ne “L'Indice” n. 4 del
2000, ne ha colto “la meta-riflessione anche linguistica sul ‘perché no’ a
proposito di quelle scienze anomale, che uno spiritoso albero genealogico
classifica, passando dai "mattoidi scienziati" alle teorie "effimere
e comiche", per fare due esempi … La scienza è opera
umana, che si sporca continuamente le mani, non asettica gestione del
sapere. La raccolta … è straordinaria per vastità di
erudizione, ma anche per l'amore verso il paradosso, l'invenzione, la
tassonomia lunatica. È una sorta di immensa Wunderkammer della
creatività umana non sorretta dalle verifiche scientifiche. Naturalmente
questo enciclopedismo onnivoro ha dei rischi: vi vengono così descritte
molte teorie, superate dalle conoscenze attuali, che hanno tuttavia costituito
- al loro tempo - un importante riferimento teorico da confutare.
E il ‘preformismo’, erroneo quanto basta, merita veramente
di stare nello stesso bestiario della ‘bestemmiologia’? In
ogni caso, la simpatia del libro, talora finemente letterario, talora
goliardicamente esuberante, va ben oltre le sue pecche. Tocca al fiume
della scienza spazzare via quelle credenze e quelle fedi pseudoscientifiche,
che, alleandosi con i mezzi d'informazione, negli ultimi anni tanto spazio
hanno ripreso”.
Nel corso del Festival della letteratura di Mantova
nel XXXX gli autori, insieme a Giulio Giorello e Luca Scarlini, hanno
animato ‘Una conferenza
spettacolo’ “con accompagnamento di immagini d’epoca
e moderne, rinverdendo i miti e lo humour (volontario, ma più spesso
involontario) di quegli studiosi che hanno dedicato la loro esistenza
a queste discipline contribuendo non poco alla formazione del personaggio
del “mad doctor” tanto caro alla letteratura del brivido”,
come recita il programma della manifestazione.
Forse Queneau è stato utilizzato dei curatori
della mostra La
terra a cui viene la gobba: immagini e pensieri dal mondo psichiatrico
fra Ottocento e Novecento alla Biblioteca Classense di Ravenna.
L’istituzione ha acquisito nel 1998 la ricca collezione bibliografica
nota come Mattoidi raccolta da Giuseppe Amadei (1854-1919),
medico alienista e antropologo allievo di Cesare Lombroso. Tra dicembre
2000 e gennaio 2001 è stata esposta una scelta selezione di
documenti a stampa e di manoscritti, attingendo alcuni testi di corredo
dall’enciclopedia delle scienze anomale.
Per Primo Conti
Paolo della Bella è duttile, poliedrico nelle
sue espressioni, irregolare e anomalo come i personaggi presi in considerazione
in Forse
Quaneau, ma proprio come il suo Don Chisciotte, fedele agli affetti.
Avendo a lungo frequentato il pittore Primo Conti (1900-1988), che
ha più volte ritratto e anche ‘interpretato’ nei suoi
divertissements grafico-cromatici, quando Tommaso Paloscia ha organizzato
nel gennaio del 2000 al Centro d’arte Puccini di Firenze una mostra “Gli
artisti di Fiesole per il centenario di Primo Conti” è stato
incluso nel novero, insieme a Pier Luigi Viti, Paolo Lantieri, Francesco
Beccastrini, Franco Bulletti, Santo Cavallini e Alfiero Tatini. Il legame
del Maestro con Fiesole è stato lunghissimo e nella villa Le Coste
nella quale ha vissuto in via Dupré, la sua memoria è preservata
dalla Fondazione che è un Centro Documentazione & Ricerche
sulle Avanguardie Storiche.
Fabio Norcini ha curato alla Palazzina Mangani di
Fiesole la mostra “Il
graffio nell’occhio: cadenze di inganno visive. Dalla grafica umoristica
d’autore, fino alle esperienze dell’arte contemporanea” (28
settembre – 30 ottobre 2002)
Tra i sedici artisti e le 150 opere la presenza di
Paolo della Bella si impone “con dei calembours visivi di rara efficacia”.
Il filo conduttore che unisce la selezione, secondo le parole di Norcini
o meglio il “Comun denominatore: il trattamento della luce, le
forzature prospettiche, il gioco a nascondere e rivelare, labirinti,
specchi e gallerie del profondo: crogioli che rappresentano il correlativo
oggettivo di mondi interiori. Universi da esplorare con le lucerne dell’occhio:
con la speranza, e presunzione, di rendere loro sanità”.
Magnifica e densa di interpunzione la scheda di presentazione siglata
E.A.P.:
“Genio meraviglioso!, disse il Quarterly.
Un fisiologo
magnifico!, proclamò il Westminster.
Che tipo intelligente!, Disse il Foreign.
Ottimo scrittore!,
giudicò l’Edinbourgh.
Filosofo
profondo!, notò il Dubliner.
Grad’uomo!, giudicò il Bentley.
Anima divina!, disse il Fraser.
E’ dei nostri!, annunciò il Blackwood.
Chi può mai
essere costui?, disse il signor Bas-Bleu.
Cosa mai
può essere?, disse la grande signora
Bas-Bleu.
Dove mai
può essere? disse la piccola signorina Bas-Bleau”.
“Gentile Giovan Battista della Porta, si dice, e lo si intuisce
dai tanti libri che ha scritto, che Lei sia affetto da grafomania ovvero
tendenza patologica a scrivere molto e spesso, anche senza effettiva
necessità. Data questa premessa mi viene maliziosamente da chiederle,
tramite sua pro-nipote Donatella, anch’essa non a caso grafomane,
se il trattato in otto libri sulla proprietà delle piante che
lei chiama Phytognomonica, lo abbia scritto per le altrui o per la sua
patologia”. Così si indirizza Della Bella allo scienziato
e mago napoletano (1535-1615) noto per aver potenziato la camera oscura
con una lente addizionale e forse proprio per questo da lui amato ben
oltre l’avergli dedicato una voce, classificata tra le scienze
e teorie dimenticate, scomparso, abortite: “studioso ‘poco
e male conosciuto’, coltiva vasti interessi che vanno dall’ottica
al magnetismo, dalla fisionomica all’astrologia, dalla zoologia
alla botanica, dall’alchimia alla magia, dall’occultismo
al teatro fino alla demonologia (p. 109). Scrive Guido Guidi Guerrera
su “La Nazione” del 14 dicembre 2000: “Paolo
della Bella, pittore, scrittore, uomo neorinascimentale animato sempre
da oraziana 'sana curiositas' nello stilare con Paolo l'originalissimo
dizionario di scienze anomale e inesatte Forse Queneau per
Zanichelli è rimasto
folgorato dalla personalità di quell'avo virtuale. Così non
solo ha deciso di ridare vita e colore a dieci di quelle antiche illustrazioni
mediante un'arte rigorosa e puntigliosamente attenta, ma ha cercato nell'incontro
con Donatella Della Porta, nota storica fiorentina, i segni certi di
un consenso definitivo e voluto dal destino”. La mostra 'Della
Bella visita Della Porta', una serie di opere tutte ispirate dalla Phytognomonica ,
il trattato in otto volumi sulla fisiognomica erboristica del 1583, è stata
cabalisticamente itinerante, prima a Firenze da ‘Floralia’ (17/10-17/11
2000) e successivamente a Fiesole da 'Il Segnalibro' (17/12 2000 –17/1
2001).
Donna moderna
Per trent’anni il Comune di Fiesole in occasione della festa internazionale
della donna l’8 marzo, ha scelto, riprodotto e distribuito alle
sue cittadine, una stampa. La prima del 1969 era di Renato Guttuso, e
nel gioco dei numeri quella del 1996 è stata di Paolo Delle
Bella: Il
nuovo non si inventa, si scopre. Il titolo è preso in prestito
da Giovanni Pascoli. Lo rivela l’autore stesso nel volumetto
curato nel 2000 da Onelia Martini, per i tipi della Morgana Edizioni: OttoMarzo.
Le stampe di Fiesole: “ Il nuovo in questo caso è una ‘donna
nuova’, diversa, colorata, piena di gioia di vivere e perché no
di voluttà: una donna fuori dagli schemi”.
Si è grati che un libricino, non a caso giallo-mimosa, mantenga
la memoria di una tradizione che è stata molto apprezzata dalle
cittadine fiesolane, le vere destinatarie della speciale tiratura di
stampe che annualmente venivano loro donate, e diventate oggetto di collezionismo
non solo al femminile. L’intento era stato di far entrare l’arte
nelle case e l’iniziativa aveva visto la luce alla fine degli anni ’60: “Le
stampe prodotte dal 1969 al 1980 hanno il loro mentore in Fernando Farulli,
pittore ed assessore alla cultura dal 1960 al 1976, il quale ebbe modo
di incontrarsi, in un lungo sodalizio, con l’intelligenza e la
sensibilità di Adriano Latini, sindaco di Fiesole dal 1965 al
1980” annota Onelia Martini, che ricorda anche la significativa
collaborazione di Piero Farulli, viola del Quartetto Italiano. Le stampe
sono in molti casi di mano degli artisti che hanno esposto le loro opere
al ‘Premio di pittura Città di Fiesole’, manifestazione
che insieme all’Estate fiesolana, al Premio maestri del cinema,
ha contraddistinto quella felice stagione per Fiesole di concretizzazione
dell’utopia della democratizzazione della cultura, rivelatasi effimera.
E’ stato un tempo in cui non si dicevano solamente cose di sinistra
ma le si mettevano in atto.
“Libri che non ci sono, ma che magari ci saranno, che comunque
di certo non sono mai stati avvistati in alcuna tipografia: i “fantalibri”.
Sono quelli citati in altri testi. Libri virtuali usciti dalla libera
fantasia di chi per l’appunto un libro , un racconto, una storia
ha scritto, per la quale si rendeva necessario avere una “fonte”.
Spigolando con certosina attenzione, Paolo Albani e Paolo della Bella,
hanno ritrovato una vecchia copia impolverata di Suchie Guby,
celebre libro di Lisa Bogolepov, nell’edizione – ormai irrecuperabile – di “La
chambre obscure”, lo splendido romanzo di fantascienza Sexplosion di
Simon Merril del 1974 o del rinomato La perdita di gas di
Eugenio Epos, questo fresco fresco di stampa. Decisamente un incontro
che ha fatto scoprire nuove vie da percorrere con la propria immaginazione
e dato nuovi spazi alla creatività. Manganelli diceva che l’importante
non è scrivere, ma pubblicare, e partendo da questo divertente
paradosso, i due Paoli, hanno portato a termine l’opera omnia Mirabilia.
Come spiegare l’intrigante e divertente progetto di questi due “cavazzoniani” bibliofili?
Rileggendo Calvino, Borges, Nabokov, Eco, Lodge, Zavattini e altri equilibristi
della penna, i due autori del “Manuale di libri introvabili” si
sono soffermati su: recensioni scritte su libri inesistenti, citazioni
tratte da autori inventati, ardite “truffe” con tanto di pedigree autorevole,
presunti saggi critici mai scritti (esilarante quello sugli influssi
esercitati da Joyce su Shakespeare, presente in un romanzo di Lodge).
Ma non solo. Muovendosi da alcune azzardate e appassionate teorie dell’OULIPO,
rifacendosi alla biblioteca-labirinto-summa di alcuni grandi
nomi, ecco che il progetto di raccogliere tutto ciò che riguarda
libri potenziali, immaginari, fantastici e invisibili diventa talmente
corporeo e tangibile da occupare le 477 pagine dell’edizione
Zanichelli.
Italo
Calvino nel suo scritto 'Se una notte d'inverno un viaggiatore' stila
una divertente lista di tipi di libri che posso esistere, dai libri
fatti per altri usi che la lettura, ai libri che tutti hanno letto
e dunque è quasi
come se li avessi letti anche tu. Leggendo Mirabiblia viene da pensare
che lo sterminato universo dei libri può essere
diviso in altre due categorie: i libri impossibili da non avere e i
libri impossibili da avere. La biblioteca di Mirabiblia contiene
proprio quest'ultimi. Aprire questo nuovo catalogo della Zanichelli è come
aprire una pesante porta di una biblioteca poco frequentata, custode
di un archivio di libri preziosi. Mirabiblia è la biblioteca dell'utopia, è la
biblioteca dei libri che parlano di altri libri, dei libri mai esistiti
e che forse proprio per questa caratteristica sono testimonianze ancora
più vivaci della fantasia creativa dell'intelletto. I curatori,
hanno raccolto tutto questo materiale archiviandolo in settori per ben
28 materie. Ogni volume è corredato di una ricca scheda di dettagli
bibliografici, un'esauriente sintesi del contenuto e l'indicazione delle
opere letterarie in cui il volume è citato. In un'ala particolare
della biblioteca di Mirabiblia si trovano le biblioteche immaginarie
nate dalla fantasia burlesca di Carlo Dossi, François Rabelais,
Jonathan Swift, Laurence Sterne, Edgar Allan Poe, ma anche le raccolte
di appunti e progetti di altri libri mai realizzati, tra i quali alcuni
soggetti di Cesare Zavattini e i diari intimi di Charles Baudelaire.
Jorge Luis Borges, ideatore della Biblioteca di Babele, afferma: «Perché un
libro esista, basta che sia possibile. Solo l'impossibile è escluso».Tra
gli intellettuali italiani maestri di questa raffinata arte letteraria
troviamo: Umberto Eco; Carlo Dossi; Giorgio Manganelli, autore di un
trattato sul valore del libro e degli spazi bianchi; Pier Francesco
Paolini, detentore di una rubrica su il Caffè intitolata «Equilibri»;
Stefano Bartezzaghi, anche lui rubrichista di genio, costruttore di fantabibliografie;
Paolo Vita-Finzi, grande apocrifo; Ermanno Cavazzoni, giocoliere e scrittore.
Nella nostra epoca dove gli ipertesti virtuali costruiscono mondi incredibili
e dove la riproducibilità tecnica è ormai preistoria, Mirabiblia rende
omaggio al libro, alla fantasia e all'ingegno che esso racchiude, testimoniando
che è un'opera ancora lontana dal perdere la sua ‘aura'.
Antevedendo l’anniversario di Cervantes, che seguirà un
paio d’anni dopo, la città di Ravenna ha ospitato nella
Galleria la Bottega, quasi di fronte alla Biblioteca Classense, una monografica
di della Bella “Io sono Don Chisciotte per fortuna”. E’ un
ritorno nell’ospitale città romagnola, dopo aver così fruttuosamente
e cordialmente collaborato qualche anno prima con gli attivi e curiosi
funzionari della biblioteca per la mostra del 2001. La Classense ha ospitato
la presentazione/inaugurazione don chisciottesca, curata da Giovanna
M. Carli, con la sponsorizzazione interreg dei Consigli Regionali di
Emilia-Romagna e di Toscana e il patrocinio del Comune di Ravenna. Aperta
dal 20 novembre al 10 dicembre del 2004 è stata occasione per
aggiornarsi sulle nuove sperimentazioni, i nuovi calembours visivi e
il ricorso alla ‘scultura’ che connota la ricerca di Paolo
dopo Strasburgo, mostra nella quale aveva antologicamente ripercorso
la sua intera produzione e a seguito della quale ha avuto impulso per
re-inventarsi, rinnovarsi e “informatizzarsi” e comunque
combattere contro la globalizzazione avvalendosi dei codici del net-working.
Il tema su cui ironicamente riflette nel mescolare poesia e immagini
sono gli oggetti della quotidianità, parafrasati ironicamente,
d’aprés pop-art e dada – e per della Bella è possibile
intervenire alla Duchamp, con la sostanziale differenza che essendo un
post-dadaista bonario con lui non si è mai feriti ma fermati e
fatti sorridere.
La corrente dell’Arno
Una personalità del genere non poteva non essere
invitata al Primo
Evento Mondiale di Floating Art on the River/Arti galleggianti in Arno.
Come recita il comunicato stampa: “L’idea delle arti galleggianti
nasce dal desiderio di voler unire arte, sport, cultura e spettacolo,
realtà spesso distaccate, attraverso un unico filo conduttore,
il ‘fiume’. Attraverso l’acqua far rivivere le tradizioni
e la storia che lega non solo la splendida città di Firenze
ma anche tantissime altre città nazionali e del resto d’Europa.
Un evento visionabile da tutta la città, effetti ‘nuovi’ attraverso
la proiezione sull’acqua per rafforzare l’intensità del
progetto”. La scelta del novembre 2005, ha suscitato lo sdegno
del dio fluviale Arno, che ha ingordamente inghiottito la flottiglia
di opere, tra cui si trovava anche una creazione di Paolo. Che in compenso è ormai ‘musealizzato’.
A Pieve di Cento, nel museo d’arte delle generazioni italiane
del ‘900 “Giulio Bargellini”, la sua tecnica mista
su carta intelata: Un ricordo dell’amico Cesare Zavattini,
facente parte della Collezione 8x10 (o Collezione minima)
del maestro del cinema italiano, da lui concepita ed avviata nel
1941 e continuata fino ai primi anni ’70. Nell’aprile
del 2002 in occasione della mostra itinerante Zavattini e la pittura è stata
presa la decisione di implementare la raccolta di opere ‘minime’,
delle quali il museo aveva già recuperato almeno un ottavo della
consistenza totale. L’invito agli artisti di continuare a ricordare
Zavattini ha avuto una più che soddisfacente risposta ed è in
tale occasione che l’operina, per dimensioni ma non per affetto,
eseguita da Paolo della Bella nel 2000 è inclusa nel settimo
volume del catalogo delle Collezioni permanenti, edito nell’ottobre
del 2005 dalla Edizioni Bora di Bologna.
Dando inizio ormai alla sua lunga avventura con forme e colori Paolo
non deve aver proprio pensato di arrivarenon solo ad essere musealizzato,
ma addirittura ad essere enciclopedizzato. La voce a lui dedicata nella Enciclopedia
tematica dell’arte, pubblicata dal “Gruppo Editoriale
L’Espresso” nel 2005, è tre volte tanto quella del
suo bis-bis avoloStefano con il quale intende “incontrarsi” ne Il
mondo festeggiante.