UN SOGNO FATTO ALLA PRESENZA DELLA RAGIONE

di Laura Corti

Compulsando innumerevoli testi per compilare anomale enciclopedie, Paolo della Bella si è arrestato un poco a riflettere su una definizione, formulata nel 1706 da Tommaso Ceva (1648-1736), secondo la quale la poesia è frutto della: «consapevolezza del carattere fantastico dell’arte da un lato ed esigenza di una sua disciplina razionale dall’altro». Il processo di identificazione che è scaturito da questa lettura ha portato Paolo ad una riformulazione del concetto: un sogno fatto alla presenza della ragione. Con questo titolo assunto come filo conduttore del suo percorso espressivo, rivisitato in tutte le sue tappe, si è tenuta la densa mostra personale di Strasburgo, una sintesi delle sue esperienze sia di segno verbale che grafico.
Vignettista, grafico, pittore, poeta, fotografo, ha fantasticato, discusso, ironizzato, disegnato, scritto, commentato, scattato foto, sognato e soprattutto confessa d’aver vissuto, trovando anche il tempo di pubblicare alcuni libri artigianali, stampati di volta in volta con tecniche ormai desuete, ma proprio per questo affascinanti, quali la serigrafia, la «vecchia» tipografia e la cromolitografia, prodotti però in tiratura limitata, in aperta contraddizione con la loro "riproducibilità tecnica", libri che oggi sono divenuti per l’appunto oggetti da collezione.
Il titolo di questo saggio, malgrado la dichiarata ed esplicita attestazione della fonte dalla quale è tratto, si attaglia perfettamente ad esprimere la dicotomia di una intera generazione, quella appunto di Paolo, che ha così interiorizzato l’illusione della «fantasia al potere» da continuare a vivere la realtà quotidiana nel mutevole e cangiante spazio del sogno.
Ascendenti
Il fiesolano Paolo della Bella, fedele ai suoi lari e ai suoi penati, vive ed opera nelle stesse dolci colline dove per generazioni e generazioni i suoi avi hanno visto la luce, da un Domenico (vissuto alla fine del XV secolo) che ha generato lo scalpellino Giovanni, gonfaloniere nel 1538, il quale ha generato Domenico e Girolamo. Domenico ha generato Giovanni, scalpellino e capitano dei bombardieri, e Lessandro, scalpellino e gonfaloniere nel 1646, e anche Domenico e Tommaso. Lessandro ha generato Andrea (1594-1674, scalpellino e gonfaloniere nel 1641, che ha generato Gio Batta (1642-1690, scalpellino e gonfaloniere nel 1664, che ha generato Anton Francesco scalpellino e gonfaloniere nel 1689, che ha generato Anton Francesco, Sebastiano e Giuseppe. Quest’ultimo ha generato Antonio, Florindo e Fortunato Maria, anch’egli scalpellino e gonfaloniere nel 1759. Fortunato Maria ha generato Giuseppe scalpellino, che ha generato Luigi Faustino, scalpellino e capo della Filarmonica di Fiesole nel 1833, ecc. ecc. L’albero genealogico di questi artigiani-artisti, molti dei quali impegnati nella vita civica del borgo, è stato ricostruito minuziosamente nel quadro di una ricerca a carattere storico-sociale da Francesco Mineccia, che di parte di questo paziente lavoro ne ha fatto dono di compleanno a Paolo. Né però si può dimenticare che lo stesso nome era portato da quel celeberrimo acquafortista Stefano della Bella (1610-1664), di un ramo che si preferisce definire collaterale della stessa famiglia, incisore brillante e fantasioso nei modi alla Jacques Callot (1592-1635), che ha operato tra Firenze, Roma e Parigi, restituendo il sapore e la vita del suo tempo con una ironia e un segno caricato e gioioso, la cui fragranza è grato rintracciare anche nel suo remoto bis-bis-bis nipote, che dell’avo ha conservato la versatilità non solo nell’aspetto grafico, ma anche nel gusto per la ricerca tecnica, che in Stefano andava nella direzione delle variazioni tonali ottenute con innovazioni quali le morsure di acido a diversa intensità, i ritocchi a puntasecca, ecc.
Perché quindi dimenticare questa seconda genealogia nei cui rami è fiorito appunto Stefano, ovvero suo padre Francesco e suo zio Gaspare, figli a loro volta di un Girolamo, e discepoli entrambi del Giambologna, e i suoi fratelli, Girolamo pittore, Lodovico orefice e Giovan Pietro, discepolo di Pietro Tacca. E ancora vi è stato un Orlando di Giovanni della Bella, apprendista di Romolo, un membro di un’altra famosa genealogia fiesolana, quella dei Ferrucci, «dal quale aveva in grado lodevolissimo appresa la bella facoltà d’intagliare in pietra ogni sorta di quadrupedi, de’ quali furon ornate molte ville de’ nostri concittadini» (Baldinucci). Una genealogia però, quella di Paolo, di gente che ha tenuto del sasso e del macigno, come Dante ha definito i fiesolani «Ma quello ingrato popolo maligno / che discese di Fiesole ab antico, / e tiene ancor del monte e del macigno» (Inferno XV.61), che dalla pietra, sia la serena che la forte, cavata dalle ricche cave collinari, ha tratto nei secoli alimento e ancor più insegnamento di mestiere e di arte.
Gli anni sessanta
Negli anni di formazione di Paolo della Bella Fiesole era però un borgo che aveva perso il raccordo con la sua tradizione e le sue risorse. Le cave erano state chiuse l’una dietro l’altra, né avevano più ragione civica i fieri gonfalonieri - tutti scalpellini - come gli avi del nostro. La collina non più generosa della linfa delle sue vene era tornata, per inverso intervento umano, ad essere rimboschita e a celare le ferite di secoli sotto un manto di vegetazione. Oggi infatti non sono quasi più rintracciabili, anche allo sguardo più attento, neppure le carrarecce e i sentieri quotidianamente percorsi dalle maestranze di un tempo. Anche l’altra peculiarità del colle lunato, invalsa definizione della etrusca Faesulae araldicamente registrata nello stemma cittadino, ovvero la produzione - tutta femminile - di paglia lavorata a crochet, si stava estinguendo.
Il giovane Paolo ha così la sua formazione a Firenze, città peraltro anch’essa in una fase sommessa della sua storia, seppure sempre ammantata nel ricordo d’esser stata a lungo una capitale dell’arte, per quanto depredata della sua identità quando è stata capitale effettiva dello stato unitario. La quieta e sonnolenta Firenze degli anni Sessanta, è assolutamente ignara che la scena dell’arte sta cambiando prima ancora che la realtà politica e sociale sia percorsa dai tumultuosi eventi del Sessantotto.
L’affermazione dell’arte pop americana tra il 1963 e 1964, e la vetrina nella quale viene presentata, neppur troppo lontana nello spazio, cioè la Biennale veneziana del 1964, non riesce a incresparne le acque neppure al fiore. Piuttosto il ‘68 coglie tutti di sorpresa e improvvisamente il tempo viene combusto nel vortice delle esperienze: «Ogni mese è un anno. Ogni giorno un mese. I secondi giorni» (Mauri). Nell’empito delle emozioni del momento anche a Firenze gli artisti e gli intellettuali scendono in piazza, cercano e teorizzano l’incontro con le masse, assumono la lezione sociale marxista e armati di questa coscienza politica spostano i fulcri di incontro nelle Case del Popolo che si aprono al pubblico come vere e proprie gallerie: a Colonnata di Sesto Fiorentino La Soffitta, a Firenze il Circolo Vie Nuove, l’Andrea del Sarto, lo SMS di San Quirico. Ma sono soprattutto i giovani, e antesignani quelli della Facoltà di architettura di Firenze, che già dal 1963 in occasione di una breve e pacifica occupazione ebbero l’agnizione di appartenere ad un gruppo per affinità culturali, intendimenti innovativi e orientamento politico. Il riconoscersi, rapidamente esteso ad una cospicua parte di quella generazione, ha fatto decollare quel principio e quella modalità di lavoro comune che sono stati il filo rosso del comportamento per più di un decennio. L’ideologia politica è stata il potente collante e propellente per la prassi di quegli anni, quando ogni manifestazione, ogni ricerca, ogni espressione è venuta dal gruppo ed è avvenuta nel gruppo. Lo testimoniano una serie di iniziative underground, anche in campo editoriale, dove sono stati preferiti gli slanci dell’improvvisazione e della spontaneità, espressi su carta povera e ruvida da ciclostile, piuttosto che su carta patinata, nel trionfo generale del volantino, del comunicato, del messaggio scritto, facendo garrire gli stendardi degli affetti, dei sentimenti e delle emozioni.
Il Gruppo Stanza
Non stupisce  quindi che, coerentemente con i tempi, in gruppo insieme a Graziano Braschi e Berlinghiero Buonarroti, Paolo della Bella abbia fondato a Compiobbi, un curioso serpentone di case il cui ecosistema è costruito sulla ferrovia, sulla strada statale e sull’Arno, alle pendici delle colline fiesolane, quello che minimalisticamente hanno voluto denominare Gruppo Stanza (1967), cioè un nucleo che più con ironia che con understatement hanno preferito definire di retro-avanguardia nel campo dell’umorismo grafico. Essi infatti sono riusciti a connotarsi fin da subito, nel palpitare delle svariate nuove promesse - molte delle quali mantenute e assai ben note - il che non era facile in una terra di feroci individualisti intrisa di quel graffiante, sanguigno e talvolta feroce humour da personaggio del Decamerone, dove sempre attuale si è dimostrato il detto popolare «Cristo li fece e buttò via il modello». Il loro tratto peculiare, la loro scelta per comunicare l’elaborazione del pensiero e dell’emozione, si è estrinsecata nel recupero delle tecniche artigianali di manifattura e di stampa, una rivisitazione morrissiana di Arts and Crafts, permeata e dettata da un’attenzione alle tecniche grafiche di riproducibilità dell’opera d’arte, che si preciserà nel prosieguo del tempo come: «Tornare indietro per andare avanti, ovvero la tipografia nell’era del computer». Condizionati infatti per loro stessa esplicita ammissione da Walter Benjamin e dal suo fortunatissimo saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, del 1936, ma tradotto in italiano solo alla metà degli anni ‘60 e scelto a dare il titolo di una raccolta di saggi sottotitolata dall’Einaudi “Arte e società di massa”, i tre ne hanno acquisito il senso «per una sua diversa divulgazione». La serigrafia è la loro scelta di recupero di una tradizione artigianale, di quel procedimento di stampa a colori che si avvale di un telaio di legno a cui è fissato un tessuto serico.
Attraverso la seta i colori vengono fatti filtrare sul foglio sottostante mediante pressione con una sorta di mattarello di gomma. Le zone del tessuto di seta dallequali un dato colore non deve filtrare vengono rese impermeabili mediante colla. Questa laboriosa tecnica è stata brillantemente adottata per la stampa di due volumi. Il primo intitolato Settantuno (1968), è un libro-oggetto dalla tiratura di novanta copie, tutte numerate a sottolineare l’unicità nella serialità, con 108 serigrafie, di cui ben sei firmate dagli autori, nella più esplicita dichiarazione della dicotomia dell’espressione di gruppo e del contributo personale. Il secondo Settantaquattro (1970), è una densa raccolta di humour nero, con prefazione di Giambattista Vicari.
Nel presentare una mostra del Gruppo Stanza nel 1969 Umberto Eco ne rilevava con chiarezza la implicita contraddizione, cioè: «quella che si pone tra disegni immediatamente consumabili e la scelta della serigrafia, del lavoro artigianale sulle finezze materiche, del gusto per gli spessori del colore e la grana della carta. Certo nessuno ... nega che un’opera grafica debba essere anzitutto uno stimolo piacevole, una festa per gli occhi di cui il fruitore vuole circondarsi perché anche la gioia è un elemento di liberazione. Ma quando l’opera gradevole, da guardare per la festa degli occhi, oltre che per l’eccitazione dell’intelligenza, diventa serigrafia preziosa chiusa in un libro, sfogliabile solo per esplicita decisione di chi lo trova sul tavolo del salotto, allora la serigrafia è di nuovo un oggetto prezioso da collezione».
La seconda contraddizione rilevata da Eco, non limitata al Gruppo Stanza, ma connessa all’intero universo espressivo dei portabandiera dei multipli: « Perché un multiplo, per combattere la sua battaglia contro l’opera feticcio, deve essere anonimo e ‘consumabile’, nel senso fisico della parola; come un manifesto, deve essere appeso finché piace e poi buttato, sostituito con un’altra immagine. Deve finire di costituire un valore economico per ridursi (o elevarsi) a puro valore estetico o comunque intellettuale».
Ma questa che Eco ha visto concettualmente come una contraddizione nel tempo si è venuta connotando come una, non saprei dire quanto conscia, riproposizione di una antica e attestata prassi della grafica, d’essere cioè ilmedium per perpetuare l’effimero, l’occasionale. Penso alla copiosissima produzione di incisioni di feste ed apparati tra Seicento e Settecento, che conservano la memoria di eventi d’occasione godibili dal ‘grande pubblico’ del tempo, come lo definirebbero i francesi, ma ricordati a lungo, nella loro grafica trasposizione, da una cerchia ristretta, che se ne riappropriava una seconda e duratura volta.Il personale percorso artistico di della Bella corre però parallelo al movimento della Poesia visiva con la quale ha in comune la contaminazione linguistica di tecniche molteplici, emulando e caricando gli effetti e i metodi della comunicazione di massa, nell’intento di ripristinare la sfaccettata ambiguità, il valore polisemico di ogni parola o segno, lo spessore simbolico ed allusivo del linguaggio, rintracciando una linea di poetico spessore e una sommessa liricità: una pittura da leggere, una poesia da guardare, quella che aveva avvinto tra molti altri Lucia Marcucci, Eugenio Miccini, Ketty La Rocca, Roberto Malcuori, ma anche Maurizio Nannucci, Adolfo Natalini, ecc. Forse più che le multiformi attività del Gruppo 70 o le mostre del Centro Tèchne sono però le letture a sbrigliare l’espressività di della Bella, e anche queste in piena quotidiana contraddizione, quasi un rifugio nella poesia, quella lirica e sognante come il Canto d’amore di Alfred Prufrock di T.S. Eliot, nella quale si attribuisce alla poesia tutto il suo valore di musicalità.
Dopo la devastante alluvione del 1966 Firenze, che si vede ricetto della gioventù del mondo accorsa a dare una mano, ha però un momento di forte riconoscimento di se stessa e di voglia di fare e di ostruire, oltre che di ricostruire. In questo generale entusiasmo di azione e di ricerca - individualmente in gruppo - Paolo della Bella è indotto nel 1967 a presentarsi al Salone Internazionale dei Comics a Lucca, dove vince la medaglia d’oro, per un nuovo personaggio a fumetti, «per l’economia dei mezzi espressivi con i quali è reso un personaggio sottilmente ironico e provocatore». In quegli anni, inoltre, della Bella e il Gruppo Stanza partecipano a varie mostre; a San Giovanni Valdarno Galleria Il Ponte, Firenze Galleria Inquadrature, Venezia Galleria Il Trilione, come anche Roma e Milano, Napoli, Ravenna.
Ca Balà
Dalle prove serigrafiche sciolte però, o al massimo raccolte in volume, il passo successivo è stato quello di far nascere una rivista. Nel 1971 infatti i membri del Gruppo Stanza hanno dato vita alla rivista di umorismo grafico e satira politica intitolata Ca Balà, la prima del genere in Italia, che raggiungerà i 50 numeri in un arco di nove anni, fino al 1980, finché ha avuto senso avere il programma slogan «Satira come arma politica». Il nome era stato scelto dal direttore, Piero Santi, come rievocazione di quello di una rivista letteraria da lui fondata nel 1950, nel ricordo di una passeggiata veneziana tra calli e campielli, dove si era imbattuto appunto nelle fondamenta “Ca Balà” nei pressi della Salute. La rivista rigorosamente indipendente, di sinistra, a carattere underground solo per carta e per l’impostazione grafica, si è configurata immediatamente come non provinciale, non fiorentina: anzi una palestra per un variegato gruppo di collaboratori La testata, per anni dalla discontinua uscita e dai multiformi formati, dal 1978 divenne un trimestrale assai raffinato che alla pratica della satira accompagnava note e saggi teorici sull’umorismo.
Nel presentarla a Milano nel 1971, Mario Spinella, in un vortice di neologismi, ben ne ha illustrato l’impianto: «Il gruppo che redige ed illustra Ca Balà pone sullo stesso piano di oggetto da sottoporre a critica tutto quanto nella società contemporanea si presenta come negazione o burocratizzazione della fantasia e della vitalità; proprio per questo non deve sorprendere, anzi ritengo che questo sia un punto positivo del giornale, che da una parte, costante, è il tono antifascista di Ca Balà e dall’altra non si perita di sacrilegiare le forme di burocratizzazione, le forme di disumanizzazione, le forme di meccanicismo, di grossolanità e addirittura i falsi scopi intorno ai quali  molto spesso si muove anche il movimento di classe in Italia e fuori d’Italia. Io credo che questo sia un grosso merito del giornale, perché di solito un periodico che si proclama di sinistra finisce per essere conformizzato, in un modo o nell’altro, o ad essere impedito per una forma di inibizione interna ed esterna, dal muovere la giusta critica della satira anche alle azioni della sinistra, o viceversa, fa concentrare poi il suo discorso contro questi limiti, queste carenze, questi errori, questi drammi della sinistra, dimenticando che la sinistra si muove in un contesto molto più vasto e l’obiettivo non può essere che in comune». L’amara riprova di tali affermazioni l’ha fornita il tempo intercorso: il Male, altrettanto indipendente, ha prevaricato la pionieristica Ca Balà. A sua volta frenato nella sua corsa, è stato sostituito da Tango - poi Cuore - questi ultimi supplementi dell’Unità, dissolti completamente con la sinistra al governo, come del resto il Satyricon del quotidiano Repubblica.
Ca Balà, anche in questo antesignana ed unica, almeno rispetto ai fogli successivi, si è qualificata ben presto per un suo rigore che vorrei definire disciplinare, proponendo una serie di numeri speciali, a carattere monografico, da quello di gemellaggio con la consorella spagnola antifranchista Hermano Lobo, a quello dedicato all’Enragé, il giornale-pavé del maggio francese, al quale tanto l’intera esperienza di Ca Balà si rifaceva. Un numero è stato poi anche dedicato nel 1973 al centenario della nascita di Giuseppe Scalarini, grafico i cui disegni prima sull’Avanti e poi sull’Asino, avevano intelligentemente, ma ferocemente, ironizzato sul massimalismo dell’umanità socialista alla quale erano destinati, denunciando le responsabilità della borghesia, il fascismo, l’atrocità e l’assurdità della guerra, il clericalismo e lo sfruttamento padronale. A latere del periodico dal precipitante e rotondo titolo fertile e indimenticabile è la produzione di poster quale il Manifesto di Paperone, composto a seguito del golpe di Pinochet in Cile, in cui un enragé disneyano Zio Paperone strepita Golpe in sostituzione del Gulp della mondadoriana traduzione. Anche ilmanifesto fotomontaggio della squadra di calcio alla quale sono state imposte le teste dei parlamentari antidivorzisti da battere con il referendum del 1974, è rimasto altrettanto vivido nell’immaginario collettivo di quello che era affisso all’epoca per le vie e che raffigurava Fanfani accompagnato dalla didascalia: «se aveste sposato un uomo come questo sareste sempre contrarie al divorzio?».  
Nella scelta del programma volutamente connotato artigianale, come nel suggerirne la riesumazione del nome, ha inciso radicalmente Piero Santi, già direttore della casa editrice Il Fiore, pendant di quella galleria “Il Fiore”, aperta ancora negli anni della guerra per volontà di Ottone Rosai, che ne aveva disegnato il logo: un fiorellino a quattro petali e con due foglioline. Nella sede di via Folco Portinari, ritrovo di artisti e intellettuali, si alternavano mostre collettive (la prima con Carrà, De Chirico, Morandi e Rosai) e personali di giovani promesse (Enzo Faraoni, Carlo Mattioli, ecc.), presentate da quella stessa intellighentzia che era solita frequentare la galleria (Parronchi, Gadda, Ragghianti, Longhi). Santi, a cui Rosai aveva illustrato le Tre storie brevi pubblicate da Il Fiore è stato in seguito titolare della Galleria l’Indiano, aperta nel 1950 in Piazza dell’Olio, e attivo anche come stampatore di serigrafie. In quello stesso anno aveva fondato una rivista letteraria mensile dal nome, appunto, di Ca Balà, rimasta in vita per soli quattro numeri. Questa sua provata attenzione verso i giovani e le loro proposte si è riconfermata nel passaggio di testimone del nome della rivista che da letteraria, in sintonia con i tempi di comunicazione abbreviata, incisiva ed iconica, è diventata grafica, diventando la pepiniera di una intera generazione umorgrafica: «La caricatura, il disegno satirico, l’umorismo grafico, in una parola il ‘segno’ al servizio di un’idea critica da enunciare in violazione di ogni tabù morale, sociale e politico, è indubbiamente una conquista moderna. Tuttavia, nell’ambito di un tale esercizio del ‘segno’, in questi ultimi tempi qualcosa è cambiato. Oggi, nei suoi termini più acuti, l’umorismo grafico non può essere più considerato semplicemente un ‘libertinaggio’ dell’immaginazione, come era definito nella voce dell’Enciclopédie, un lusso e un vizio insomma, da permettersi soltanto negli stati di relax. E tanto meno può esaurirsi nella formula secondo cui ‘il riso fa buon sangue’». Così Mario de Micheli affermavaella prefazione alla cartella di serigrafie Immagini Umorgrafiche (1970) del Gruppo Stanza. Come ha avuto modo di rilevare in un ampio articolo (1979) Antonio D’Orrico: «Di formazione abbastanza sofisticata: i loro modelli provenivano dalla scuola francese - le riviste Hara Kiri, Enragé, Siné Massacre e i maestri che vi collaboravano: Wolinski, Reiser, Chaval, Siné GéBé, ecc.,  ed escludevano significativamente la tradizione anglosassone e quella di oltreoceano».
Luciano Secchi ha anche voluto giustamente stabilire il confronto con il Cannibale (1979). Ma il principio del gruppo, con il gruppo e per il gruppo, il lavoro comune della loro prima formazione si perpetua sia nella rivista che nelle pubblicazioni a latere. L’uno influenza l’altro e a sua volta ne è influenzato, più sul piano dei contenuti che del segno. Forse solo Aroldo Marinai, i cui rilevanti apporti cromatici, sebbene ristretti ad un ambito più tradizionale, come li ha definiti Roberto Coppini nel recensire sull’Avanti la mostra che il gruppo ha fatto a Firenze nel 1969 alla Galleria Inquadrature, ha inciso sulla cromia di Paolo, inizialmente di grafica “nera”.
I temi trattati e graffiati con segno brut sono sempre stati scomodi e scottanti, senza dimenticare il sesso e l’anticlericalismo. Un’ironia documento di un tempo: «La grafica del Sessantotto è fatta di configurazioni brutali, sgradevoli, imperniate sulla tecnica di un ‘cattivo disegno’ che a prima vista offende. Abbiamo così i lascivi, degradati eroi della sovversione morale di Charlie Hebdo e di Hara Kiri e la grafica peristaltica e catabolica di Ca Balà» (Eco).
Nell’aura di Dubuffet
Personaggio di orgogliosa umiltà Paolo della Bella ha scelto come motto una frase di Cyrano de Bergerac, amatissimo modello per una generazione di intensa contraddizione, come quella sbocciata appunto nei primi fermenti del 1968: «tuttavia, quanto più aumentavano le nozioni del mio sapere, tanto più cresceva la consapevolezza di quelle di cui non ero in possesso».
Per sua franca ammissione però Paolo, ha subito la fascinazione di Jean Dubuffet (1901-1985). Questi per insofferenza verso l’estetica tradizionale, così remota rispetto alle esperienze dell’uomo comune, si è volto a scoprire, raccogliere e riproporre come modello le forme di espressione artistica spontanee e immediate, ovvero svincolate da ogni struttura culturale, che ha definito “art brut”, ovvero proprie solo dell’infanzia, dei dilettanti e degli alienati. 
Della pratica artistica di Dubuffet, le cui opere ha certamente visto e sulle quali ha riflettuto, se non altro proprio a Firenze nella mostra del Fiorino del 1963, dove era esposto insieme a Matta - del quale anche ha subito forte fascinazione - a Paolo della Bella è rimasto un postumo di indagine delle possibilità espressive della materia, però in chiave leggera, tenue, come soffice e aerea è la sua adesione alla teoria. Nel senso cioè che la trasgressione, la rottura verso l’imbustato universo dell’arte e del suo mercato del francese, del resto superata nei fatti e dagli accadimenti, non potrebbe neppure essere propria del fiesolano per il suo temperamento schivo e per la sua - e del Gruppo Stanza - via alternativa di diffusione e consumo di arte artigianale. Da Dubuffet ha piuttosto tratto la percezione dell’immediatezza della comunicazione del segno, sia grafico che verbale, che sente e vive profondamente, da dilettante nel senso etimologico del termine, ovvero che si diletta, con spontaneità, come facendo fluire un’infanzia perenne, una quieta follia, insomma un sogno. «Il professionismo non si definisce soltanto come attività principale e permanente», scrive Dubuffet, ancora lui, nel suo libro Asfissiante cultura, «Le ninfomani non possono essere considerate professioniste dell’amore. Perché lo divengano, occorre che questa attività si trasformi per esse in mezzo di scambio: l’amore non sarà più fine a se stesso e verrà esercitato per ricevere in cambio un altro bene, considerato più prezioso»; mentre Paolo Conte in un’intervista, dichiara candidamente, forse con un po’ di civetteria: «Sono un eterno dilettante, ma mi salvo con l’arma del professionismo».
I compagni di strada
Compagni nella ricerca, nella sperimentazione, nell'ironia, Berlinghiero Buonarroti dal segno grafico denso, di britannica fragranza, da caricaturista del Punch, stralunato e intenso, più cupo del nostro, e Graziano Braschi di linea vibrante e nervosa, iperdescrittiva ed ossessionato dal dettaglio tecnico che, come promettevano i suoi esordi grafici, ha optato (oltre al «giallo») per la letteratura più che fantastica, horror, diventando uno dei cultori di Stephen King. Nella citata prefazione alle Immagini Umorgrafiche Mario De Micheli li ha così definiti: «Braschi è un disegnatore sottile, inquieto, padrone di una fantasia pungente, capace di far emergere il disagio di un'esistenza estraniata senza forzare il segno, senza romperlo; della Bella, con grafia altrettanto sottile, ma più distaccata punta su di un racconto dalla trama assurda, quasi metafisica nella definizione, intenta però a cogliere gli inganni del sentimento, gli 'sbagli' del cuore; Buonarroti, con un segno più marcato, più drastico, tende invece a mettere energicamente in evidenza, con una punta di sarcasmo, gli scompensi di una realtà solo in apparenza scorrevole su binari prestabiliti. Sono tre giovani artisti che vogliono portare, in un genere spesso degradato sino alla regressione psicologica, un accento diverso, una linfa nuova, rivedendone gli assunti e le finalità; ambizione non da poco, e per giunta ambizione solitaria nel senso in cui questi tre amici sogliono lavorare. Ma i risultati, perseguiti già da qualche anno, sono qui ed ognuno li può giudicare. Per conto mio, senza nascondere i passi difficili che una simile impresa deve affrontare, considero già le loro prove come una proposta positiva, aperta ad un discorso sicuro e possibile».
Paolo della Bella ha però sviluppato la qualità del suo segno grafico, la sua sintesi espressiva e la sua semplificazione tutta risolta in linee, tenendo davanti agli occhi e somatizzandola emozionalmente la successione delle litografie di Picasso, dedicate al toro ed eseguite tra il 5 dicembre del 1945 e il 17 gennaio del 1946. Viste in sequenza sono ovviamente il manifesto picassiano per eccellenza che ripercorre a rebours l’evoluzione della forma, dalla sintesi della pittura rupestre, alla geometrizzazione dell’arte arcaica, alla resa realistica-naturalistica di forma e volume. La scomposizione in geometria essenziale, dal volume alla linea, per passaggi successivi di evidenziazione delle masse del possente corpo dell’animale fino ad esprimerne finalmente la scarnificazione assoluta, però nel rispetto della bilanciata proporzione dell’insieme, l’idea astratta ed assoluta di toro. Individuato il modello-processo Paolo della Bella - quel multiplo individuo che si esprime anche con parole, che verseggia - lo impiega anche in sintesi testuale, nella via indicata da Giorgio Manganelli, in un’intervista a Giovanardi: «Ho l’impressione che i racconti di Centuria siano un po’ come i romanzi cui sia stata tolta tutta l’aria. Ecco: vuole una mia definizione del romanzo? Quaranta righe più due metri cubi di aria. Io ho lasciato solo le quaranta righe: oltretutto occupano meno spazio, e lei sa bene che con i libri lo spazio è sempre un problema enorme». Ovviamente è l’ironia di questa definizione a toccare e far risonare il diapason di Paolo, più ancora della rigorosa sintesi grafica picassiana. Picassianamente in sequenza di semplificazione la serie di ritratti femminili, il primo di fonda seduzione negli occhi marcati, il secondo contrapposto dall’iperrealismo di un incongrua pamela, dismessa perché il tempo delle passeggiate all’aria aperta è ormai passato. Il terzo è una disperata espressionistica nipotina di Schiele.
Oltre che grafico però Paolo della Bella si è sempre espresso combinando parole, con quello spirito di poesia visiva e di poesia sonora del quale si è già fatto cenno. Ha pubblicato effettivamente un libro di poesie, stampato nel 1977 dalle Edizioni Collettivo R, Cronologia, con prefazione di Franco Manescalchi, «un libro spavaldo, netto, perentorio» come l’ha recensito Ferruccio Masini sull’Unità (1977). Insomma un politico che è privato, una versione tenuemente lirica di una sua propria via di retro-avanguardia, già vissuta nel gruppo e descritta con partecipato distacco in versi precipitati.
Fotografare è bello
Non poteva però rimanere immune dal fascino di «un mezzo di riproduzione veramente rivoluzionario», come lo ha definito Benjamin, né rifuggire dall’usare la macchina fotografica per cercare, con l’occhio potenziato dall’obiettivo, di sperimentare ancora e sempre nella direzione del multiplo, cesellato però nei suoi esemplari, nella sua tiratura, non solo quindi mezzo espressivo, ma esito di univocità. Una riproducibilità che esce infine dai volumi rilegati e conservati sul tavolino del salotto e invade le vie. E tutta la sperimentazione dietro l’occhio della macchina è impostata come alternanza, gioco degli opposti: la favolosa M20 dell’Olivetti accarezzata da un panno rilucente, nella preziosità della scelta retrò dell’impeccabile bianco e nero. Trasgressione alla Duchamps invece il cenacolo di Domenico Ghirlandaio, a S. Marco la cui mensa è carica di prodotti come gli scaffali di un supermercato. Il gioco è questa volta condotto a quattro mani con l’amico Liberto Perugi, fotografo dal finissimo talento, artista dell’obbiettivo, la scelta di questo tra tutti i cenacoli fiorentini, è stata dettata certamente in ironica risposta alla copiosità di dettagli dell’affresco. Il ricorso al colore in una foto del 1979, che riprende l’idea di utilizzare una gabbietta, questa volta una borghesissima da gatti o ancora peggio da cani da grembo, nella quale giacciono falce e martello, è giocata sul controluce, che da un senso ancora maggiore di smarrimento e di delusione.
Alcune cifre ricorrenti, o elementi costanti di un disagio che fa da sottofondo all’ironia, sempre più condotta su un filo sottile, lieve, emergono con costanza man mano che si allontanano gli anni brut e densamente impegnati. Ne è messaggero il povero Ronzinante, perduto il suo Don Chisciotte, che si aggira con prudenza in un campo di coltelli acuminati.
Nel censire i fondi fotografici disponibili in Toscana, L’Archivio fotografico Toscano a Prato ha incluso il Fondo contemporaneo di eventi e personaggi a Fiesole, con una consistenza dalle 15 alle 20 mila immagini, a partire dal 1982, indicando quale autore noto e dunque schedato appunto Paolo della Bella
Le fotografie sono scattate a Fiesole, il teatro della memoria del colle lunato, di quell’insieme di eventi, manifestazioni e incontri, appunto, che hanno scandito la vita politica, culturale e sociale della città. Un insieme di immagini costituitosi nel tempo grazie all’attenta e pronta registrazione da parte del fotografo, che ha saputo cogliere spunti dalla quotidianità e dall’eccezionalità del vivere sulla sommità di una collina, che da nome ad un comune e ad una diocesi. Colui che scatta, il fotografo, non è solo un testimone ma in qualche misura un ‘notaio’, che capta, annota, raccoglie. La vibrante differenza nel registrare per immagini, invece che con parole, è connessa al mezzo di cui dispone colui che registra, la macchina fotografica, che consente di uscire dalle righe, di non attenersi a formule e schemi, e dunque di interpretare quanto si vede attraverso l’obiettivo, scegliendo tagli, scorci, luci ed ombre.
 Nelle fotografie si rincontrano figure ben note della quotidianità e volti altrettanto noti grazie alla loro ricorrente presenza nel diluviale flusso dei mezzi di informazione. L’immarcescibile Giulio Andreotti e il farmacista, il premio Nobel Rigoberta Manchu e i vigili urbani; i primi cittadini e i cittadini primi nelle arti e nell’architettura: Giovanni Michelucci, Piero Berardi, Primo Conti. Vi si vedono i volti della storia, quale disciplina: Monsignor Raspini e Giorgio Spini, come i molteplici volti della chiesa: Giovanni Paolo II e padre Ernesto Balducci. Si succedono scrittori in visita e poetesse residenti, letterati consacrati da premi ed aedi domestici. Molti sono i pittori dei quali
Fiesole ha ospitato personali nel corso degli anni, e che sulla collina hanno vissuto per lunghi o brevi periodi. Si alternano il volto di Oliviero Toscani e dell’edicolante dal quale si sono acquistati giornali e riviste stracolmi delle sue immagini pubblicitarie. Tagli di nastro e scoprimento di lapidi si susseguono a tavole imbandite alle quali siedono le firme del giornalismo o della moda. La variegata gamma dei politici, fra i quali gli assessori comunali sono sempre e comunque i padroni di casa, si sgrana nell’intera gamma: dalla Provincia, alla Regione, allo Stato, al parlamento europeo.
Lo scatto del fotografo li ha fermati nel tempo, spesso con non poca sottile ironia, cogliendo la quale facilmente si identifica chi si è trovato dietro l’obiettivo per tutti questi anni: Paolo Della Bella. Mai ‘paparazzo’ perché non lo collocano in questa categoria i suoi modi di scatto, l’angolatura, il sempre desto e vigile senso dell’umorismo, qualità che gli permettono di cogliere volti che non sono mai in posa, o gruppi che dialogano con parole e moti, o ancor peggio pose che tradiscono. Non è neppure un fotoreporter perché non riesce a staccarsi da quanto registra, ma tende a ‘commentare’ e a studiare effetti, ad enfatizzare punti di vista.  Ed ha avuto modo di studiare, di riflettere sulle opere di veri maestri della fotografia, proprio perché Fiesole ha detenuto un primato in questo campo. E’ stata fra le prime cittadine che hanno dedicato, istituzionalmente, specifica attenzione alla fotografia. Da quando venne inaugurata, negli anni Ottanta, la Palazzina Mangani è stata per qualche tempo sede espositiva di mostre fotografiche di notevolissimo respiro, quando ancora in campo nazionale la fotografia era piuttosto negletta. Fra l’altro si sono visti Paul Strand, Man Ray, Walker Evans, Bruce Weber, Elliot Erwitt, e anche la serie dei Nuovi linguaggi della fotografia europea: L'occhio in trappola. Christian Gattinoni e Emanuele Menniti Paraito; La pratica della luce. Occhiomagico e Richard Nieto; Lo sguardo della chimera. Uwe Ommer e Marco Utili. Mostre che hanno educato lo sguardo, che hanno fatto volgere l’attenzione verso un’arte tanto quotidiana quanto raffinatamente espressiva. Ma la fotografia è anche il documento del tempo, il registro della memoria, il modo di raccontare una storia senza fine.
Cesare Zavattini: l’amato maestro
Quasi un bilancio, o almeno un ricordo lungo quarant’anni, la mostra fiesolana Humour mon Amour: rassegna di umorismo grafico 1940-1982, allestita alla Palazzina Mangani nel 1982, curata dai tre fondatori del Gruppo Stanza, il cui catalogo è stato stampato da “Il Candelaio” e che si apre con una mancata presentazione di Cesare Zavattini - carpita come intervista da Paolo della Bella - alla quale fa seguito un intervento critico di Luigi Malerba. La mostra era stata suddivisa in sezioni, esplicitate nel loro percorso dall’albero genealogico che si dirama dal tronco dell’humour nei rami di assurdo, nero, costume, erotico, surreale, anticlericale, poetico, politico, antimilitarista, truculento. Tutti i recensori vi hanno visto un riferimento al Castello dei destini incrociati di Italo Calvino. Ma sappiano bene come gli alberi genealogici tendono a unire quanto il tempo e i fatti hanno diviso, pur essendo sorto dal comune ceppo, e non penso solo alle famiglie di sangue, ma alle famiglie religiose, o come si i nterroga Christiane Klapisch-Zuber «la genealogia medioevale e le specificità italiane: affare di stato, di principi, di cittadini ?».
Nella ricchissima selezione operata fra la diluviale produzione di più di quarant’anni compaiono in primo luogo i maestri di riferimento del Gruppo Stanza: Siné, Wolinski, Reiser ma anche GéBé, Copi, Searle, e ancora Gourmelin, Topor, Folon, Sempé Van den Born ovvero il Professor Pi. E di della Bella è una vignetta del periodo nero, discretamente antifemminile se non antifemminista, che ironizza sull’ossessività di certe frasi nel gioco della coppia.
In occasione della mostra fotografica dedicata a Paul Strand nella Palazzina Mangani di Fiesole, Paolo ha accompagnato Cesare Zavattini a presentarla il che ha consentito al nostro di avere un nuovo incontro e una lunga conversazione con l’amato maestro, del quale ha sempre nella mente, come didascalia alle sue vignette uno degli epigrammi emiliani di Stricarm’ in d’na parola (Stringermi in una parola):
Lei cosa fa di mestiere ?
Svaluto gli uomini
E’ faticoso ?
Macché. Lavoro anche le feste
Zavattini è stato figura di riferimento per il Gruppo e specificamente per Paolo. Fu tramite per il gemellaggio con la rivista antifranchista spagnola Hermano Lobo, e le interviste carpitegli da della Bella sia in occasione della mostra di Strand, pubblicata da Paolo sul giornale locale Fiesole Democratica, sia quella utilizzata come presentazione per la mostra Humour mon Amour, sono un canto e un contro canto, un riscontro tra due tessitori di sogni dotati del talento per creare «immagini come uccelli fosforescenti che sfuggano a frotte e volino impazziti». Il grande vecchio del cinema e della poesia dialettale, il sanguigno e poetico sceneggiatore nell’arte e nella vita, tenero e crudo al contempo anche nei suoi disegnetti, era un vortice di idee «una macchina per pensare soggetti [che] gli venivano a fiotti, quasi contro la sua volontà. E con tale fretta, che aveva sempre bisogno dell’aiuto di qualcuno per pensarli ad alta voce e acchiapparli al volo. Solo che quando li aveva portati a termine si scoraggiava. Peccato che si debba fare un film, diceva. Perché pensava che sullo schermo avrebbero perso molto della sua magia originale» (Garcia Marquez). Con lui Paolo ha avuto un processo fortissimo di timorosa identificazione. 
In una ripresa poi da fotoreporter, proprio per la mostra di Strand, è fissato l’incontro a Fiesole di Cesare Zavattini e di Gianfranco Contini.
Un giorno però è arrivata Alice e disegni e parole l’hanno accolta festosamente. Anche il nonno adottato per sintonia di sogno l’ha salutata con un abbraccio.
La sua ricerca va così nella direzione della partecipata documentazione estemporanea. Si esercita a trarre dallo spunto quotidiano, dalla cronaca - peraltro alta - elementi per realizzare foto che nella loro presunta immediatezza sono meditate, giocate sul contrappunto, sulle linee, sulla geometria di forme e di luce. Anche la foto reportage è, può essere, foto d’artista, ed è comunque un modo di scrivere una cronaca per immagini, una cronaca del proprio luogo, una via per annotare un pezzetto della propria storia.
L’occhio ironico che si esprime attraverso l’obbiettivo alterna la ricerca formale al gioco insistito della cattura di particolari, alternativamente con il colore e con l’austero e impeccabile bianco nero, nell’annullamento quasi totale della spazialità, in una resa incorporea e priva delle banali coordinate di alto e di basso.
Lo testimoniano certi lavori su commissione, specificamente per il Comune e la Regione e destinati quindi alla comunicazione, alla pubblicità, anche se nel primo caso il messaggio è fortemente connotato da un valore storico e civico. E’ uno sbocco nuovo nella espressività di Paolo, che pur cedendo - in modo frenato - alle esigenze della comunicazione e del mercato, non riesce a non esprimersi in modo sognante, lieve, aereo.
Il gioco della coppia
Non si sa poi se per gioco o per confermare un’amicizia di una intera vita, e comunque per il piacere e il gusto di un lavoro comune, anche se in una accezione ben diversa dalle esperienze sessantottine, che viene data vita alla mostra  I Sogni “in” tasca: una Serigrafia fifty-fifty con 20 + 20 opere di Aldo Frangioni e Paolo della Bella dal 1968 al 1988, al Capo di Buona Speranza a Settignano (Firenze). E’ immediato interpretarla, per via della prima di quelle date affisse a sottotitolo, come la celebrazione di un ventennale che non tiene troppo del privato, del personale e che scandisce gli anni uno per uno, ed ognuno singolarmente con il proprio personale passo e ritmo. Per il primo espositore è stata osservata «una propensione al racconto, alla fantasticheria grafica, all’illustrazione onnivora dove c’è di tutto, da Maccari ai video-games. Tante idee colte al volo e messe giù con prontezza, anche se quasi mai sfruttate a fondo come avrebbero meritato». Per il secondo invece è stato posto rilievo ai sogni che «corrono là, sulla carta, assolutamente perfetti e in equilibrio assolutamente esatto tra pensiero e invenzione grafica, tra slogan e traduzione visiva» (Gianni Pozzi). La conseguenza di questo teatro della memoria, scandito dalla scelta di un disegno per anno prodotto da ognuno dei due, sarà il piacere di lavorare sporadicamente in coppia per fare dono dei risultati agli amici, una sorta di coralità indotta. La sede scelta come scena poi, gestita da ex carcerati sponsorizzati da Michelucci che è anche un laboratorio di serigrafia, si connota come quadro ideale per far da trama a quanto il tempo ha ordito. Il cerchio sessantottino si chiude così nell’uso di luoghi di incontro e di discussione, nonché di lavoro, come vent’anni prima era avvenuto nell’avvalersi delle case del popolo per sedi espositive.
Si apre però ormai una nuova fase nella ricerca di Paolo nella quale emerge pienamente il suo senso dell’ironia, il non prendersi troppo sul serio, il suo odiare profondamente ogni seriosità. E’ ora solo grafico e non più humorgrafico e incamminato alla conquista del colore come forma di espressività. Un colore comunque saggiato con prudenza, tentato come materia, steso come si trattasse di un collage oppure sommesso, sordo, per accompagnare piano piano un fotomontaggio, fare da quinta e quasi fumetto ad una serie di intensi ritratti: Primo Conti, Giovanni Michelucci, Cesare Zavattini.
Un colore che si fa man mano più sicuro allorché negli autobiografici Sorrisi non solo dichiara apertamente a fatti e a parole di continuare a sognare, a vivere il sogno, ma disvela anche le sue fonti, le sua matrici culturali. Per primo l’adorato Dubuffet, al quale il pamphlet di disegni e poesie, stampato nel 1992 rende debitamente omaggio, ma anche un ricordo di Chagall e dei Fauves e il Matisse dai colori puri e dello spazio sognato. In questa occasione Paolo, riscopre anche le sue radici vere, il rapporto con Buonarroti, insieme al quale riannoda il filo con le tecniche artigianali di stampa, primato, vanto e compiacimento dei suoi primi anni. Riscopre dopo la pausa intimista il gusto di lavorare insieme con professionalità e al contempo con amore e fantasia, o meglio ritrova più semplicemente quel gusto di provare, di cercare, di fare che ha accompagnato il lavoro comune degli esordi.
Nel 1994 esce Bugie Vere presentato da Roberto Incerti alle Giubbe Rosse di Firenze, il caffè letterario della Voce. Il titolo ossimoro è stato scelto per celebrare i suoi primi cinquant’anni, ed è voluto come parallelo dei quadri di Van Gogh che non sono ‘veri’ come rappresentazione ma sono ‘veri’ perché esprimono il vero.
Il libro oggetto è stampato e confezionato ancora una volta a cura di Berlinghiero Buonarroti, sempre a Compiobbi (Fiesole), e infine illucchettato da Paolo. I disegni di copertina sono stati stampati manualmente con la vecchia tecnica tipografica in dieci colori non retinati, mentre i disegni interni sono in cromolitografia in un totale di quarantacinque colori. Le carte scelte per realizzarlo sono di ben tre tipi diversi, per enfatizzare l’effetto delle vecchie tecniche e degli splendidi caratteri Bodoni delle poesie.
Sembra qui di ritrovare un Nabis, di quelli che volano tra cielo e terra, di quelli che come Sérusier credono «in un giudizio finale in cui saranno condannati tutti quelli che hanno trafficato con l’arte sublime e casta, tutti quelli che l’avranno degradata con la bassezza dei loro sentimenti, con la loro vile cupidigia dei beni materiali».
E in questi disegni, come nella serie di opere sciolte di tutti gli ultimi anni, la naturale tendenza a divagare, l’apparente facilità della realizzazione e dello snodarsi del sogno nell’ordito dell’insieme, la maniera corsiva, telegrafica, e anche delicatamente ritmica, fanno pensare a un Dufy. Anche se forse, se si dovesse proprio classificare questo recente della Bella, egli potrebbe ricadere in quella categoria decorazione, pittura veloce, spirito ludico» (Roberto Daolio), trovata per dare un ordine agli Anniottanta, quella cioè di un Pablo Echaurren o di un Luca Alinari o ancora di un Plinio Mesciulam, anche se a tutta questa arte di frontiera di suo aggiunge il tocco di un fantasmagorico sogno fatto alla presenza della sonnacchiosa ragione. Del resto Matisse, a chi lo accusava di decorativismo, rispondeva: «L’arte è fatta per decorare la vita degli uomini».
Le tribù della psiche
Alle pendici del colle fiesolano, in una luminosa serata di giugno il Centro Giovani di Pian del Mugnone, ha aperto le porte per una festosa serata in dialogo con Paolo della Bella. Alle pareti una scelta selezione di stupefatte e turbinose opere recenti hanno offerto lo spunto per una schermaglia verbale tra l’autore e chi si avviava – non sapendolo – a diventare la sua biografa. La breve ricostruzione della vicenda creativa di della Bella, a preambolo della giocosa «intervista» fatta alla presenza dei numerosi intervenuti, è stata una prova generale per la ben più ambiziosa avventura comune: la mostra personale al Parlamento Europeo di Strasburgo per Paolo e il relativo catalogo per me.
È difficile pensare che Paolo sia ascrivibile ad una qualche tribù. La sua bonaria irrisione non gli consente di riconoscere gradi e gerarchie, neppur scuole e correnti. Come spesso avviene, ogni Ariele fa innamorare di se. E con animo leggero ha colorato l’immaginario di austeri politici che gli hanno aperto e continuano ad aprirgli le porte di severe istituzioni.
Da Fiesole a Strasburgo
E’ così difficile sognare. Segno dei tempi che sia concesso dall’avvento di una nuova moneta e con essa dalla volatile speranza di unione e di concordia. Come per tutti i sogni nell’adozione dell’euro si aggruma e si riconferma l’identità parcellizzata delle componenti del mito europeo. Infatti nel 1999 per celebrare l’avvenimento il parlamento di Strasburgo ha selezionato la Toscana per offrire una scelta selezione dei prodotti della sua fertile e produttiva terra, nella più ampia accezione culturale di prodotti della terra e dell’ingegno. Una regione, ma anche un antico stato. In una sorta di festosa sagra, più tradizionale di quelle che ancora continuano a ricordare santi patroni e cambi di stagione, nell’austera sede del parlamento, con l’accompagnamento sonoro della sua babele linguistica, sono stati sciorinati i prodotti più gustosi e più celebrati e tra un assaggio, più che gradito, di olio, salumi e vino, che solleticavano il senso del gusto e dell’olfatto, gli eletti e gli ancor più numerosi cooptati comunitari hanno rallegrato anche il senso della vista percorrendo uno spazio segnato dalle opere di Paolo della Bella.
Prestigiosa la sede, avidi di ogni esperienza sensoriale i suoi occupanti, pertinente il titolo scelto per la selezione di una cinquantina di opere “Un sogno fatto alla presenza della ragione”.  Disegni, collages, stampe, e una ‘scultura’ realizzati tra 1968 e 1998.
Il senno di Poe
Prima di licenziare il secolo e il millennio il 9.9.99 si è inaugurata all’Art Center di Firenze, a cura di Vincenzo Buongiovanni, una seconda personale di Della Bella: “Trent’anni di ironia”, occasione per presentare pittura, grafica e Poe-sia. Ridotta nei numeri rispetto alla prestigiosa mostra ad apertura d’anno a Strasburgo, questa volta solo una trentina e ancor più focalizzata, sempre che così si possa dire, sulla vena ironica che è comunque nelle corde del nostro. Dal gioco numerico al gioco tipo-grafico nelle opere esposte sono stati interpretati e ironizzati tutti i segni della comunicazione. Ironia sempre un poco agra, e comunque smitizzante ogni convenzione, ogni vieta abitudine: un nuovo mito assunto e subito sezionato è Edgar Allan Poe – e così – poe-sia.
Forse Queneau
In quello stesso ’99 viene data alle stampe un’opera di lungo respiro e di costante divertimento, quella che nella recensione che ne ha fatto Franco Prattico sulla Repubblica è stata definita l’enciclopedia più pazza del mondo: “[...] Nel tentativo di fornire un quadro quanto più esaustivo possibile di questo variegato panorama che pullula ai margini della scienza ‘ortodossa’, due audaci ricercatori, Paolo Albani e paolo della Bella, con la collaborazione del fondatore dell’Istituto di Anomalistica e delle Singolarità Berlinghiero Buonarroti (forse l’ultimo surrealista),  hanno dato vita a una Enciclopedia delle scienze anomale edita dalla serissima casa editrice Zanichelli e con introduzione dei maggiori storici della scienza europei, Paolo Rossi”. In Forse Queneau i due Paoli si sono riallacciati ad una idea alla quale lo scrittore francese Raymond Queneau aveva dato avvio ma mai conclusione, cioè spigolare negli scritti dei “paranoici reazionari e chiacchieroni rimbambiti” da lui etichettati come fous littéraires. L’opera del francese avrebbe dovuto chiamarsi antinomicamente Enciclopedia delle scienze inesatte.
I due autori, che si autoetichettano Bouvard e Pécuchet, hanno pazientemente collazionato teorie surreali o fallimentari, certamente anomale, da cui il sottotitolo: Enciclopedia delle scienze anomale, appunto. L’editore Zanichelli ha avuto l’animo di pubblicare un calembour editoriale che si è rivelato un vero best seller, tanto da doverne fare una seconda tiratura.
Lo storico della scienza Paolo Rossi ha stilato la prefazione che inizia: “Strane e ingiustificate credenze, superstizioni, teorie stravaganti e non provate accompagnano da sempre il cammino degli esseri umani sulla Terra. Non sono affatto scomparse dopo che si è affacciata alla storia – tra la metà del Cinquecento e la metà del Settecento – quella complicata e stratificata realtà alla quale attribuiamo il nome di scienza moderna”.
E’ drammaticamente evidente nelle nostra quotidianità che l’illusione illuminista e positivista, che il progresso delle scienze e la diffusione del loro sapere scientifico avrebbe sconfitto le superstizioni e le fideistiche convinzioni, sia durata il tempo della fioritura di una rosa. L’integralismo che connota il nuovo millennio e la faziosità che viene gridata da qualsivoglia schieramento, rispetto al quale si prova ripugnanza ad usare il termine politico, si esprime su ogni argomento per partito preso trascurando ogni ricorso all’oggettività scientifica.
E’ dunque particolarmente confortante sfogliare un catalogo di non messianiche opinioni, benché presentate nella salda convinzione dei loro propugnatori. “Le pseudoscienze sono anomale perché sono diverse dalle scienze vere ma ne hanno – in misura minore o maggiore – l’apparenza, mostrano di condividerne in qualche modo le pretese di verità e di universalità” continua Paolo Rossi nell’introduzione all’enciclopedia “ricreativa”.
I due curiosissimi compilatori, con la collaborazione di Berlinghiero Buonarroti, hanno messo a disposizione del lettore un’opera che lo induce a fare zapping intelligente, tanto per mantenere lo spirito antinomico alla Queneau. L’enciclopedismo dell’impianto di Forse Queneau è rigorosamente strutturato in due aree di riferimento, come le definiscono gli autori: le scienze anomale e le scienze improbabili. A loro volta sono state raggruppate in sottocategorie, rispettivamente le anomale in alternative (astrologia, astrobiologia e grafologia), potenziali (limitologia, estesiologia, fisica evolutiva, intenetlogia, scatologia, polemologia), occulte (teosofia, antroposofia, antropologia spaziale) e dimenticate (frenologia, flogisto, calorico, generazione spontanea della vita); mentre le improbabili sono divise in eteroclite ovvero elaborate da eterodossi e mattoidi (dominatmosferologia, elettro-omeopatia, metabolismo storico, meccanica linguistica), letterarie ovvero rintracciabili in testi a carattere letteraria (elegantologia, teoria dell’andatura, scienza esatta matrimoniale, polverologia, chirurgia morale), comiche (spropostologia, scienza della bidonata, scienza della iettatura, dendrologia, Facoltà di irrilevanza comparata) e utopiche (fantascienza, biomeccanica, matenautica, teoria dei saperi possibili).
Aldo Fasolo, recensendo il volume ne “L'Indice” n. 4 del 2000, ne ha colto “la meta-riflessione anche linguistica sul ‘perché no’ a proposito di quelle scienze anomale, che uno spiritoso albero genealogico classifica, passando dai "mattoidi scienziati" alle teorie "effimere e comiche", per fare due esempi … La scienza è opera umana, che si sporca continuamente le mani, non asettica gestione del sapere. La raccolta … è straordinaria per vastità di erudizione, ma anche per l'amore verso il paradosso, l'invenzione, la tassonomia lunatica. È una sorta di immensa Wunderkammer della creatività umana non sorretta dalle verifiche scientifiche. Naturalmente questo enciclopedismo onnivoro ha dei rischi: vi vengono così descritte molte teorie, superate dalle conoscenze attuali, che hanno tuttavia costituito - al loro tempo - un importante riferimento teorico da confutare. E il ‘preformismo’, erroneo quanto basta, merita veramente di stare nello stesso bestiario della ‘bestemmiologia’? In ogni caso, la simpatia del libro, talora finemente letterario, talora goliardicamente esuberante, va ben oltre le sue pecche. Tocca al fiume della scienza spazzare via quelle credenze e quelle fedi pseudoscientifiche, che, alleandosi con i mezzi d'informazione, negli ultimi anni tanto spazio hanno ripreso”.
Nel corso del Festival della letteratura di Mantova nel XXXX gli autori, insieme a Giulio Giorello e Luca Scarlini, hanno animato ‘Una conferenza spettacolo’ “con accompagnamento di immagini d’epoca e moderne, rinverdendo i miti e lo humour (volontario, ma più spesso involontario) di quegli studiosi che hanno dedicato la loro esistenza a queste discipline contribuendo non poco alla formazione del personaggio del “mad doctor” tanto caro alla letteratura del brivido”, come recita il programma della manifestazione.
Forse Queneau è stato utilizzato dei curatori della mostra La terra a cui viene la gobba: immagini e pensieri dal mondo psichiatrico fra Ottocento e Novecento alla Biblioteca Classense di Ravenna. L’istituzione ha acquisito nel 1998 la ricca collezione bibliografica nota come Mattoidi raccolta da Giuseppe Amadei (1854-1919), medico alienista e antropologo allievo di Cesare Lombroso. Tra dicembre 2000 e gennaio 2001 è stata esposta una scelta selezione di documenti a stampa e di manoscritti, attingendo alcuni testi di corredo dall’enciclopedia delle scienze anomale.
Per Primo Conti
Paolo della Bella è duttile, poliedrico nelle sue espressioni, irregolare e anomalo come i personaggi presi in considerazione in Forse Quaneau, ma proprio come il suo Don Chisciotte, fedele agli affetti. Avendo a lungo frequentato il pittore Primo Conti (1900-1988),  che ha più volte ritratto e anche ‘interpretato’ nei suoi divertissements grafico-cromatici, quando Tommaso Paloscia ha organizzato nel gennaio del 2000 al Centro d’arte Puccini di Firenze una mostra “Gli artisti di Fiesole per il centenario di Primo Conti” è stato incluso nel novero, insieme a Pier Luigi Viti, Paolo Lantieri, Francesco Beccastrini, Franco Bulletti, Santo Cavallini e Alfiero Tatini. Il legame del Maestro con Fiesole è stato lunghissimo e nella villa Le Coste nella quale ha vissuto in via Dupré, la sua memoria è preservata dalla Fondazione che è un Centro Documentazione & Ricerche sulle Avanguardie Storiche.
Occhio all’inganno
Fabio Norcini ha curato alla Palazzina Mangani di Fiesole la mostra “Il graffio nell’occhio: cadenze di inganno visive. Dalla grafica umoristica d’autore, fino alle esperienze dell’arte contemporanea” (28 settembre – 30 ottobre 2002)
Tra i sedici artisti e le 150 opere la presenza di Paolo della Bella si impone “con dei calembours visivi di rara efficacia”. Il filo conduttore che unisce la selezione, secondo le parole di Norcini o meglio il “Comun denominatore: il trattamento della luce, le forzature prospettiche, il gioco a nascondere e rivelare, labirinti, specchi e gallerie del profondo: crogioli che rappresentano il correlativo oggettivo di mondi interiori. Universi da esplorare con le lucerne dell’occhio: con la speranza, e presunzione, di rendere loro sanità”. Magnifica e densa di interpunzione la scheda di presentazione siglata E.A.P.:

“Genio meraviglioso!, disse il Quarterly.

Un fisiologo magnifico!, proclamò il Westminster.

Che tipo intelligente!, Disse il Foreign.

Ottimo scrittore!, giudicò l’Edinbourgh.

Filosofo profondo!, notò il Dubliner.

Grad’uomo!, giudicò il Bentley.

Anima divina!, disse il Fraser.

E’ dei nostri!, annunciò il Blackwood.

Chi può mai essere costui?, disse il signor Bas-Bleu.

Cosa mai può essere?, disse la grande signora Bas-Bleu.

Dove mai può essere? disse la piccola signorina Bas-Bleau”.

Successo o gioco?
“Gentile Giovan Battista della Porta, si dice, e lo si intuisce dai tanti libri che ha scritto, che Lei sia affetto da grafomania ovvero tendenza patologica a scrivere molto e spesso, anche senza effettiva necessità. Data questa premessa mi viene maliziosamente da chiederle, tramite sua pro-nipote Donatella, anch’essa non a caso grafomane, se il trattato in otto libri sulla proprietà delle piante che lei chiama Phytognomonica, lo abbia scritto per le altrui o per la sua patologia”. Così si indirizza Della Bella allo scienziato e mago napoletano (1535-1615) noto per aver potenziato la camera oscura con una lente addizionale e forse proprio per questo da lui amato ben oltre l’avergli dedicato una voce, classificata tra le scienze e teorie dimenticate, scomparso, abortite: “studioso ‘poco e male conosciuto’, coltiva vasti interessi che vanno dall’ottica al magnetismo, dalla fisionomica all’astrologia, dalla zoologia alla botanica, dall’alchimia alla magia, dall’occultismo al teatro fino alla demonologia (p. 109). Scrive Guido Guidi Guerrera su “La Nazione” del 14 dicembre 2000:Paolo della Bella, pittore, scrittore, uomo neorinascimentale animato sempre da oraziana 'sana curiositas' nello stilare con Paolo l'originalissimo dizionario di scienze anomale e inesatte Forse Queneau per Zanichelli è rimasto folgorato dalla personalità di quell'avo virtuale. Così non solo ha deciso di ridare vita e colore a dieci di quelle antiche illustrazioni mediante un'arte rigorosa e puntigliosamente attenta, ma ha cercato nell'incontro con Donatella Della Porta, nota storica fiorentina, i segni certi di un consenso definitivo e voluto dal destino”. La mostra 'Della Bella visita Della Porta', una serie di opere tutte ispirate dalla Phytognomonica , il trattato in otto volumi sulla fisiognomica erboristica del 1583, è stata cabalisticamente itinerante, prima a Firenze da ‘Floralia’ (17/10-17/11 2000) e successivamente a Fiesole da 'Il Segnalibro' (17/12 2000 –17/1 2001).
Donna moderna
Per trent’anni il Comune di Fiesole in occasione della festa internazionale della donna l’8 marzo, ha scelto, riprodotto e distribuito alle sue cittadine, una stampa. La prima del 1969 era di Renato Guttuso, e nel gioco dei numeri quella del 1996 è stata di Paolo Delle Bella: Il nuovo non si inventa, si scopre. Il titolo è preso in prestito da Giovanni Pascoli. Lo rivela l’autore stesso nel volumetto curato nel 2000 da Onelia Martini, per i tipi della Morgana Edizioni: OttoMarzo. Le stampe di Fiesole: “ Il nuovo in questo caso è una ‘donna nuova’, diversa, colorata, piena di gioia di vivere e perché no di voluttà: una donna fuori dagli schemi”.
Si è grati che un libricino, non a caso giallo-mimosa, mantenga la memoria di una tradizione che è stata molto apprezzata dalle cittadine fiesolane, le vere destinatarie della speciale tiratura di stampe che annualmente venivano loro donate, e diventate oggetto di collezionismo non solo al femminile. L’intento era stato di far entrare l’arte nelle case e l’iniziativa aveva visto la luce alla fine degli anni ’60: “Le stampe prodotte dal 1969 al 1980 hanno il loro mentore in Fernando Farulli, pittore ed assessore alla cultura dal 1960 al 1976, il quale ebbe modo di incontrarsi, in un lungo sodalizio, con l’intelligenza e la sensibilità di Adriano Latini, sindaco di Fiesole dal 1965 al 1980” annota Onelia Martini, che ricorda anche la significativa collaborazione di Piero Farulli, viola del Quartetto Italiano. Le stampe sono in molti casi di mano degli artisti che hanno esposto le loro opere al ‘Premio di pittura Città di Fiesole’, manifestazione che insieme all’Estate fiesolana, al Premio maestri del cinema, ha contraddistinto quella felice stagione per Fiesole di concretizzazione dell’utopia della democratizzazione della cultura, rivelatasi effimera. E’ stato un tempo in cui non si dicevano solamente cose di sinistra ma le si mettevano in atto.
Mirabiblia
“Libri che non ci sono, ma che magari ci saranno, che comunque di certo non sono mai stati avvistati in alcuna tipografia: i “fantalibri”. Sono quelli citati in altri testi. Libri virtuali usciti dalla libera fantasia di chi per l’appunto un libro , un racconto, una storia ha scritto, per la quale si rendeva necessario avere una “fonte”. Spigolando con certosina attenzione, Paolo Albani e Paolo della Bella, hanno ritrovato una vecchia copia impolverata di Suchie Guby, celebre libro di Lisa Bogolepov, nell’edizione – ormai irrecuperabile – di “La chambre obscure”, lo splendido romanzo di fantascienza Sexplosion di Simon Merril del 1974 o del rinomato La perdita di gas di Eugenio Epos, questo fresco fresco di stampa. Decisamente un incontro che ha fatto scoprire nuove vie da percorrere con la propria immaginazione e dato nuovi spazi alla creatività. Manganelli diceva che l’importante non è scrivere, ma pubblicare, e partendo da questo divertente paradosso, i due Paoli, hanno portato a termine l’opera omnia Mirabilia. Come spiegare l’intrigante e divertente progetto di questi due “cavazzoniani” bibliofili? Rileggendo Calvino, Borges, Nabokov, Eco, Lodge, Zavattini e altri equilibristi della penna, i due autori del “Manuale di libri introvabili” si sono soffermati su: recensioni scritte su libri inesistenti, citazioni tratte da autori inventati, ardite “truffe” con tanto di pedigree autorevole, presunti saggi critici mai scritti (esilarante quello sugli influssi esercitati da Joyce su Shakespeare, presente in un romanzo di Lodge). Ma non solo. Muovendosi da alcune azzardate e appassionate teorie dell’OULIPO, rifacendosi alla biblioteca-labirinto-summa di alcuni grandi nomi, ecco che il progetto di raccogliere tutto ciò che riguarda libri potenziali, immaginari, fantastici e invisibili diventa talmente corporeo e tangibile da occupare le 477 pagine dell’edizione Zanichelli.
Italo Calvino nel suo scritto 'Se una notte d'inverno un viaggiatore' stila una divertente lista di tipi di libri che posso esistere, dai libri fatti per altri usi che la lettura, ai libri che tutti hanno letto e dunque è quasi come se li avessi letti anche tu. Leggendo Mirabiblia viene da pensare che lo sterminato universo dei libri può essere diviso in altre due categorie: i libri impossibili da non avere e i libri impossibili da avere. La biblioteca di Mirabiblia contiene proprio quest'ultimi. Aprire questo nuovo catalogo della Zanichelli è come aprire una pesante porta di una biblioteca poco frequentata, custode di un archivio di libri preziosi. Mirabiblia è la biblioteca dell'utopia, è la biblioteca dei libri che parlano di altri libri, dei libri mai esistiti e che forse proprio per questa caratteristica sono testimonianze ancora più vivaci della fantasia creativa dell'intelletto. I curatori, hanno raccolto tutto questo materiale archiviandolo in settori per ben 28 materie. Ogni volume è corredato di una ricca scheda di dettagli bibliografici, un'esauriente sintesi del contenuto e l'indicazione delle opere letterarie in cui il volume è citato. In un'ala particolare della biblioteca di Mirabiblia si trovano le biblioteche immaginarie nate dalla fantasia burlesca di Carlo Dossi, François Rabelais, Jonathan Swift, Laurence Sterne, Edgar Allan Poe, ma anche le raccolte di appunti e progetti di altri libri mai realizzati, tra i quali alcuni soggetti di Cesare Zavattini e i diari intimi di Charles Baudelaire. Jorge Luis Borges, ideatore della Biblioteca di Babele, afferma: «Perché un libro esista, basta che sia possibile. Solo l'impossibile è escluso».Tra gli intellettuali italiani maestri di questa raffinata arte letteraria troviamo: Umberto Eco; Carlo Dossi; Giorgio Manganelli, autore di un trattato sul valore del libro e degli spazi bianchi; Pier Francesco Paolini, detentore di una rubrica su il Caffè intitolata «Equilibri»; Stefano Bartezzaghi, anche lui rubrichista di genio, costruttore di fantabibliografie; Paolo Vita-Finzi, grande apocrifo; Ermanno Cavazzoni, giocoliere e scrittore. Nella nostra epoca dove gli ipertesti virtuali costruiscono mondi incredibili e dove la riproducibilità tecnica è ormai preistoria, Mirabiblia rende omaggio al libro, alla fantasia e all'ingegno che esso racchiude, testimoniando che è un'opera ancora lontana dal perdere la sua ‘aura'.
Ritorna Don Chisciotte
Antevedendo l’anniversario di Cervantes, che seguirà un paio d’anni dopo, la città di Ravenna ha ospitato nella Galleria la Bottega, quasi di fronte alla Biblioteca Classense, una monografica di della Bella “Io sono Don Chisciotte per fortuna”. E’ un ritorno nell’ospitale città romagnola, dopo aver così fruttuosamente e cordialmente collaborato qualche anno prima con gli attivi e curiosi funzionari della biblioteca per la mostra del 2001. La Classense ha ospitato la presentazione/inaugurazione don chisciottesca, curata da Giovanna M. Carli, con la sponsorizzazione interreg dei Consigli Regionali di Emilia-Romagna e di Toscana e il patrocinio del Comune di Ravenna. Aperta dal 20 novembre al 10 dicembre del 2004 è stata occasione per aggiornarsi sulle nuove sperimentazioni, i nuovi calembours visivi e il ricorso alla ‘scultura’ che connota la ricerca di Paolo dopo Strasburgo, mostra nella quale aveva antologicamente ripercorso la sua intera produzione e a seguito della quale ha avuto impulso per re-inventarsi, rinnovarsi e “informatizzarsi” e comunque combattere contro la globalizzazione avvalendosi dei codici del net-working. Il tema su cui ironicamente riflette nel mescolare poesia e immagini sono gli oggetti della quotidianità,  parafrasati ironicamente, d’aprés  pop-art  e dada – e per della Bella è possibile intervenire alla Duchamp, con la sostanziale differenza che essendo un post-dadaista bonario con lui non si è mai feriti ma fermati  e fatti sorridere.
La corrente dell’Arno
Una personalità del genere non poteva non essere invitata al Primo Evento Mondiale di Floating Art on the River/Arti galleggianti in Arno. Come recita il comunicato stampa: “L’idea delle arti galleggianti nasce dal desiderio di voler unire arte, sport, cultura e spettacolo, realtà spesso distaccate, attraverso un unico filo conduttore, il ‘fiume’. Attraverso l’acqua far rivivere le tradizioni e la storia che lega non solo la splendida città di Firenze ma anche tantissime altre città nazionali e del resto d’Europa. Un evento visionabile da tutta la città, effetti ‘nuovi’ attraverso la proiezione sull’acqua per rafforzare l’intensità del progetto”. La scelta del novembre 2005, ha suscitato lo sdegno del dio fluviale Arno, che ha ingordamente inghiottito  la flottiglia di opere, tra cui si trovava anche una creazione di Paolo. Che in compenso è ormai ‘musealizzato’. A Pieve di Cento, nel museo d’arte delle generazioni italiane del ‘900 “Giulio Bargellini”, la sua tecnica mista su carta intelata: Un ricordo dell’amico Cesare Zavattini, facente parte della Collezione 8x10 (o Collezione minima) del maestro del cinema italiano, da lui concepita ed avviata nel 1941 e continuata fino ai primi anni ’70. Nell’aprile del 2002 in occasione della mostra itinerante Zavattini e la pittura è stata presa la decisione di implementare la raccolta di opere ‘minime’, delle quali il museo aveva già recuperato almeno un ottavo della consistenza totale. L’invito agli artisti di continuare a ricordare Zavattini ha avuto una più che soddisfacente risposta ed è in tale occasione che l’operina, per dimensioni ma non per affetto, eseguita da Paolo della Bella nel 2000 è inclusa nel settimo volume del catalogo delle Collezioni permanenti, edito nell’ottobre del 2005 dalla Edizioni Bora di Bologna.
Dando inizio ormai alla sua lunga avventura con forme e colori Paolo non deve aver proprio pensato di arrivarenon solo ad essere musealizzato, ma addirittura ad essere enciclopedizzato. La voce a lui dedicata nella Enciclopedia tematica dell’arte,  pubblicata dal “Gruppo Editoriale L’Espresso” nel 2005, è tre volte tanto quella del suo bis-bis avoloStefano con il quale intende “incontrarsi” ne Il mondo festeggiante.
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