IL POLITICO
E IL 
PERSONALE
di Gianni Pozzi

E’ il più diplomatico dei due, quello che tratta le relazioni pubbliche, e la prende alla lontana, con circospezione. Guarda, avverte mostrando una preoccupazione quasi sospetta, che non è una cosa seria, è un gioco; al limite, se proprio qualcuno volesse vedercela potrebbe essere una provocazione, ma una provocazione da niente, i vizi privati che per una volta diventano pubblici; nulla di più: non prenderla sul serio mi raccomando... (Ed è il primo che parla). Macché gioco, interviene il secondo, è una cosa serissima. E poi scusa, perché non dovrebbe esserlo? Siamo forse meno seri noi di altri? Ma tu hai visto quel che circola nelle gallerie? (E lo  dice rivolgendosi al primo).

Già, ma perché non dovrebbe esser seria? (E stavolta lo dice chi scrive). Per due motivi. Uno è che il primo, quel primo che parla sopra, di professione non fa né il grafico né l’artista, ma ricopre bensì una di quelle cariche pubbliche la cui immagine mal si accorda con un “vizio privato” del genere. L’altro, il secondo, che in vece di professione fa il grafico davvero e non è nemmeno consigliere di Quartiere, più che i lavori ufficiali qui tira fuori quelli rimasti nel cassetto da chissà quanto tempo; roba di quando si inneggiava ancora al ‘68 insomma e si credeva che uno slogan avrebbe sollevato il mondo. “I sogni in tasca” cioè, come li chiamano entrambi in omaggio, neanche troppo implicito, a un film che bene o male segnò l’epoca del privato che diventava pubblico e del personale che diventava politico.  Bastano questi precedenti a rendere la mostra “non seria”? Forse bastano solo a renderla “non mostra” e a trasformarla in occasione di altro taglio, in una di quelle cioè dove più che per vedere quel che c’è alle pareti si va per vedere chi c’è a vederlo. Un’ingiustizia diranno loro, che però ristabilisce l’Ordine delle Cose rispondendo all’altra ingiustizia di fare una mostra-non mostra. Comunque sia, è bene chiarirlo (anche per declinare ogni responsabilità): il problema non è se prenderli o meno sui serio, è chi glielo fa fare. Chi glielo fa fare a tutti e due di mettersi in piazza in questo modo con una mostra all’insegna dei pugni, pardon, dei sogni in tasca, in tempi che più che allo scherzo inducono al pianto: o nel migliore dei casi alla malinconia più profonda. Ma loro l’idea la accarezzano da troppo tempo e anche se non nascondono qualche imbarazzo (sospetto anche questo) per la singolarità allusiva delle date, 1968-1988, ormai vanno avanti a testa bassa. E, provocazione delle provocazioni, non arretrano neanche di fronte alla previsione di inaugurare il 1° maggio. Bene, se vogliono il martirio lo avranno. A noi spetta il viatico, ma a loro che spetta? O meglio, che si aspettano? Il primo, (quello diplomatico) è li pronto a giurare che non si aspetta nulla. vedrai, tranquillizza, sarà una cosa fra intimi, fra amici e basta. Il secondo, fedele al proprio ruolo, corregge: si, ma quattro o cinquemila amici, e forse nemmeno tutti amici... Una cosa non proprio fatta in casa insomma... E correggendosi l’un l’altro, tipo Gatto e Volpe, vanno avanti, tra disegni, schizzi, bozzetti, vignette e serigrafie: questa si, questa no, questa proprio si, questa assolutamente no. Ora, lasciamoli un momento ai preparativi, e vediamo da soli questi disegni, in attesa dei cinque-seimila visitatori. Il primo ci sguazza letteralmente dentro. Ne ha dappertutto. Persino sull’agenda di lavoro, nello spazio libero tra un appuntamento e l’altro. Tutti, dice lui, all’insegna della sconclusione. Ma è una civetteria (e lui lo sa bene), perché poi un filo conduttore c’è, e resiste agli anni e alle tempeste. Una propensione al racconto, alla fantasticheria grafica, all’illustrazione onnivora dove c’è di tutto, da Maccari ai video-games. Tante idee colte al volo e messe giù con prontezza, anche se quasi mai sfruttate a fondo come avrebbero meritato. Brillanti e felici e rimaste là, come i sogni in tasca davvero, e soprattutto come traccia di quel che avrebbe potuto essere e non è   stato. Anche l’altro, anche il secondo, ha i suoi bravi “sogni in tasca”. Solo che, graficamente almeno, i suoi lui li ha tutti realizzati. In tasca é rimasta, immutata, la realtà, non i sogni. Che corrono là, sulla carta, assolutamente perfetti e in equilibrio assolutamente esatto tra pensiero e invenzione grafica, tra slogan e traduzione visiva. Insieme alle vignette naturalmente, satiriche, graffianti e amare nel più perfetto stile Ca Balà. Certo, non sono più i tempi né di Ca Balàné de Il Male, né di nessun‘altra di quelle felici palestre di sfrontatezze, di sberleffi e di invenzioni di ogni tipo. Ormai la retorica opprime da ogni parte, ed é di quella grigia, ottundente come non mai. E anche la satira ci é finita dentro, istituzionalizzata anche quella. “Repubblica”, Io vedete anche voi, ospita “Satyricon” e permette al tetro Forattini di farsi beffe nientemeno che di Scalfari. A condizione però che Scalfari ne esca sempre bene, che trionfi su Craxi come su De Mita, e a condizione anche che si abbia ben chiaro che quella è una satira concessi va, e che la si fa a dio piacendo, non a suo dispetto. E Tango? Minaccia addirittura di chiudere L‘Unità ci scherza su, ci fa le vignette e proclama ogni giorno la propria indipendenza da L‘Unità. Peccato solo che lo faccia col beneplacito de L’Unità stessa. Brutti tempi per i sognatori veri, per gli spiriti liberi, sia che sognino di fare i disegnatori tra una riunione e l’altra, sia che sognino un nuovo ‘68. E’ chiaro, poveracci, che non hanno più spazio alcuno. E allora? E allora, o li tengono in tasca i loro sogni e i loro sberleffi, o decidono di mostrarli agli amici. Sperando nella loro comprensione, sperando che non infieriscano e che siano davvero cinque o seimila e non cinque o sei. Che altro dire a questi due che si accingono incoscienti e felici a incontrare il folto pubblico e l’attenta critica? Auguri e in bocca al lupo. Ad ogni buon conto, se qualcuno volesse infierire, possiamo fare i nomi: il primo si chiama Aldo Frangioni e il secondo Paolo della Bella.
Era l’ultimo dovere, e ora in bocca al lupo di nuovo. 

 
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